giovedì 11 gennaio 2007

Replica a Carlo Mattogno


Problemi editoriali rendono lunghi i tempi di stampa di questo articolo.
Ho deciso perciò di mandare on line questa prima versione anche se eccessivamente prolissa per un Blog.
Mi scuseranno per questo i lettori.


RISPOSTA A CARLO MATTOGNO
di Francesco Rotondi

In risposta a Luna di Miele ad Auschwitz. Riflessioni sul negazionismo della Shoah un mio libro edito da ESI, Carlo Mattogno, esponente di spicco del cosidetto “negazionismo scientifico”, ha recentemente replicato, pubblicando “Ritorno dalla luna di miele ad Auschwitz. Risposte ai veri dilettanti e ai finti specialisti dell’anti-“negazionismo” e rispondendo sia in relazione ai propri scritti che a quelli del chimico Germar Rudolf, attualmente detenuto in Germania.
Concordo con Mattogno su di un solo punto: coinvolgere in tali questioni legislatori, poliziotti e magistrati non è giusto né utile; non ho plaudito all’arresto di Irving e non mi compiaccio di quello di Rudolf: un reato di opinione, anche la più detestabile, non credo debba essere punito con la carcerazione: "je déteste ce que vous écrivez, mais je donnerai ma vie pour que vous puissiez continuer à écrire", l'abbia detto o meno Voltaire, il concetto è certamente condivisibile.

Mattogno nel suo libro, edito dalle edizioni Effepi, mi attribuisce due errori metodologici di fondo
”.
Il primo
consisterebbe nella mia conoscenza del revisionismo “indiretta, filtrata dalle lenti deformanti di vari propagandisti olocaustici” e cita a tal proposito Deborah Lipstadt, Valentina Pisanty, Francesco Germinario e
John C. Zimmerman.
Confermo di aver letto e con grande interesse gli scritti degli autori che menziona ma penso che dalla lettura del mio saggio emerga con chiarezza come la mia critica nasca dall’analisi diretta di tutti i lavori esaminati siano essi negazionisti che anti-negazionisti; peraltro l’idea chiave del mio lavoro non coincide con l’impostazione più accettata da gran parte di quella storiografia ufficiale, dispregiativamente etichettata come "sterminazionista", ossia di limitarsi a discutere “sui” piuttosto che “conles assassins de la mémoire e replicare a chi nega l’esistenza delle camere a gas non è di fatto in completa sintonia con l’atteggiamento di alcuni studiosi cui fa riferimento; che io abbia riproposto molte loro tesi è verissimo ma ciò rientra nello spirito di un saggio che non fa mistero di essere tutt’altro che negazionista.
L’altro errore sarebbe di aver esaminato solo parte dei suoi studi.
Non era mia intenzione analizzare l’opera omnia della esorbitante produzione di Mattogno; ho inteso presentare semplicemente un’agile raccolta di considerazioni sul “negazionismo scientifico” e non la sua biografia…, altri negazionisti sono stati invece totalmente ignorati, avrei però dovuto scrivere una “Treccani” e non un volume di 172 pagine; “si chaque fois qu’un “révisionniste” produit une affabulation, il faut lui répondre, les forêts du Canada n’y suffiraient pas”, scrisse a suo tempo lo storico Pierre Vidal-Naquet, da poco venuto a mancare.
In virtù della mia formazione culturale, fra le argomentazioni che cercano di dimostrare l’inesistenza delle gassazioni omicide, mi sono soffermato più dettagliatamente sulla questione dei residui di cianuro nelle camere a gas, limitandomi, come esplicitato nel testo, solo ad esaminare “sinteticamente” e "per completezza" gli altri due punti: l'assenza di buchi nei tetti dei crematori e le caratteristiche tecniche dei forni crematori.
Il mio lavoro è evidentemente incentrato sulla problematica chimica e poiché Mattogno si è interessato prevalentemente agli altri due aspetti, lo spazio relativo alla sua attività ne risulta inevitabilmente circoscritto.
Il mio libro non avrebbe potuto comunque essere aggiornato alle sue ultime pubblicazioni - che non mi pare rivelino novità così scovolgenti - perché completato nel 2003 anche se stampato solo nel 2005 con minime modifiche. Questi, solitamete così puntiglioso, avrebbe potuto notare che su oltre 200 voci bibliografiche c’è n’è solo una del 2004...

Ritengo che "Luna di miele ad Auschwitz" sia comunque al momento il libro in cui le tesi di Mattogno siano maggiormente analizzate.

Luigi Parente, che Mattogno poco elegantemente definisce “tale”, non ha bisogno né di presentazione né di difesa. E’ storico assai noto ed autorevole, professore di Storia Contemporanea all’Università "L’Orientale" di Napoli ed ha avuto il solo "torto" di onorarmi della sua bella prefazione.

Per quanto mi riguarda, posso rassicurarlo: sono un "dilettante vero" ; la mia sola laurea è in Medicina e Chirurgia seguita dalla specializzazione in Cardiologia e nel 2001 non frequentavo l’Università di Salerno ma lavoravo all'Ospedale Fatebenefratelli; Francesco Saverio Festa non è mai stato, ahimè, mio relatore ma è indubbiamente mio carissimo amico, insegna effettivamente all’Università di Salerno e dirige da anni, con passione e coraggio non indifferenti, l’Osservatorio Politico-Sindacale “Gaetano Vardaro che ha voluto presentare il mio libro ad Avellino. Come spiegare allora il falso scoop di Mattogno che mi promuove “finto dilettante”, attribuendomi immeritatamente “una tesi di laurea (e quindi anche una laurea, suppongo, in Storia e Filosofia) discussa nell’anno accademico 2000-2001 col prof. Saverio Festa”, con tanto di nota a piè di pagina e indirizzo internet ? Chiarisco subito l’equivoco al solo scopo di evitare di emulare il sedicente ingegner Leuchter e diventare a mia volta sedicente filosofo: tempo fa, Franceso Saverio Festa inviò il mio manoscritto a un collega dell’Istituto Piemontese per la Storia della Resistenza; qui qualcuno, mettendo ordine tra le carte, l’avrà catalogato per errore come tesi di laurea nella biblioteca: parafrasando Mattogno “un documento non falso ma falsificato”. Spero soltanto che a questo punto Mattogno valuti l’attendibilità delle fonti con un criterio un po’ più rigoroso di quello usato nei miei confronti….

Riguardo alle altre obiezioni rivoltemi da Carlo Mattogno, mi limiterò a delle brevi considerazioni sulle questioni più squisitamente tecniche, sorvolando su quelle strettamente storiografiche; tuttavia, tra le argomentazioni storiche – sulle quali Mattogno si sofferma a lungo e su cui io, non intendendo atteggiarmi a storico, ho riportato solo qualche dato per facilitare la lettura - c’è n’è una alla quale, per il carattere “tecnico”, intendo però controbattere: il significato del termine Sonderkeller .

SONDERKELLER
Esiste un noto documento in cui i locali adibiti a camere a gas del Krematorium II di Auschwitz vennero imprudentemente chiamati Sonderkeller (cantine speciali). I negazionisti hanno dato molteplici spiegazioni per attribuirgli un ruolo diverso da quello palesemente omicida; per Mattogno sono “speciali” perché “unici dotati di impianto di disaerazione”; in precedenza aveva però affermato che il termine “rientra(va) nella terminologia Sonder-, applicata alla lotta contro il tifo” mentre “Vergasungskeller [scantinato a gas] designa(va) uno scantinato di disinfestazione”; La metamorfosi interpretativa potrebbe essere legata al fatto che, se fossero state semplici camere di disinfestazione, avrebbero presentato concentrazioni di cianuri molto più elevate, come riscontrato proprio dai negazionisti nelle vere camere di disinfestazione e confermato anche dai ricercatori dell’Istituto di Medicina Legale dell'Università di Cracovia sotto la guida del professor Jan Markiewicz. Viene fornita l’ennesima interpretazione, anche se non si capisce cosa avesse di tanto speciale un impianto di disaerazione (peraltro non “unico” trovandosi anche in altri edifici quali il Krematorium III) in un posto in cui di cose “speciali” ne esistevano ben altre. E perchè la stessa camera era chiamata anche "scantinato a gas"? Perchè una camera con impianto di disaerazione - che non sarebbe una camera a gas e neanche di disinfestazione ma, mi par di capire, un obitorio “speciale” - dovesse avere una porta a tenuta di gas con spioncino, spioncini che talora avevano griglie protettive? Per proteggersi da chi? Dai morti?

I GAS DELLO STERMINIO: OSSIDO DI CARBONIO E ACIDO CIANIDRICO
A proposito dell' ossido di carbonio (CO) e dell'acido cianidrico (HCN), Mattogno mi chiede come mai se “lo sterminio fosse un’azione pianificata dai vertici del governo tedesco” questo “poi si sarebbe però completamente disinteressato della sua realizzazione pratica”, usando in campi diversi, veleni differenti. E’ assurdo pensare che Adolf Hitler, dopo aver ordinato la Soluzione Finale, indicasse anche quale agente chimico usare, caso mai consigliandone anche le concentrazioni e i tempi di esposizione. E a proposito dello Zyklon B (nome commerciale dell’acido cianidrico) scrive “Rotondi confonde i tipi di filtro delle maschere antigas con la concentrazione di acido cianidrico nello Zyklon B (che era sempre la stessa)!” Faccio sommessamente notare che l’informazione non è parto della mia fantasia ma riportata da una fonte autorevolissima. E' Raul Hilberg a scrivere nella sua opera monumentale: “La Testa vendeva Zyklon a diversi tassi di concentrazione. Le fatture presentate agli uffici municipali o ai clienti privati per la disinfestazione degli edifici portavano colonne stampate C, D, E, F, ogni lettera corrispondeva a una categoria di concentrazione del prodotto” (Hilberg R: “La distruzione degli ebrei d’Europa”, Torino,1999 p.1003 e relative note 115 e 116; nota 115 “Reickskommissar Ostland/Divisione della Sanità al Reichskomissar/Amministrazione 28, febbraio 1942, allegato alle spiegazioni dei prezzi sullo Zyklon forniti da Weinbacher (Testa) al dottor Ferdinand (Divisione della Sanità), 21 febbraio 1942, e ordine di servizio per la disinfestazione di edifici vuoti del Ghetto di Riga, 2 marzo, 1942, T 459, Roll3” e nota 116 “Höss, Kommandant cit, pag. 159. Si usava la stessa concentrazione per la disinfestazione dei vestiti: ibid. La maggior parte dei documenti riguardanti la fornitura di gas ai campi, porta solamente “Zyklon”. Vedere, tuttavia, la corrispondenza del 1944, dove appare la definizione B, nei documenti NI-9909 e NI-9913”).

THE LEUCHTER REPORT
Mattogno si occupa della mia critica al Rapporto Leuchter : mi compiaccio del giudizio negativo sul falso ingegnere, che pensò di dimostrare l’inesistenza delle gassazioni di massa nei lager nazisti, confrontando le basse concentrazioni dei cianuri nelle camere a gas omicide con le alte concentrazioni nelle camere di disinfestazione; rimango francamente deluso quando esamina “uno degli argomenti addotti da Rotondi”: la possibilità di usare Zyklon a dosi più basse rispetto a quelle proposte da Pressac, argomento in passato da lui stesso definito però “ragionevole”.
Si rifà ai penitenziari americani in cui “con una concentrazione di 3,200 parti per milione di acido cianidrico, corrispondenti a 3,83 grammi per metro cubo, la morte(..) subentra dopo circa 9 minuti”; fa notare che mentre nelle suddette strutture l’acido cianidrico è prodotto immediatamente, nelle camere di disinfestazione “l’evaporazione dell’acido cianidrico dal suo supporto inerte è molto lenta, circa 2 ore” e riporta un diagramma in base al quale “per ottenere la concentrazione letale di circa 4 grammi per metro cubo in circa 9 minuti(…) sarebbe stato necessario un quantitativo di Zyklon B 23,3 volte superiore(..) oltre 90 Kg !”, ironizzando sui “testimoni che raccontano della morte delle vittime in 5 minuti con qualche chilogrammo di Zyklon B” e “secondo Rotondi con 1 kg”.
A tali erronee valutazioni va fatta più di un’obiezione:
1. Non ha senso confrontare l’esecuzione di un singolo individuo in una camera a gas di una penitenziario americano con lo sterminio simultaneo di migliaia di persone in un unico locale
, ignorando il ruolo di una serie di fattori concomitanti, quali ad esempio le differenti concentrazioni di ossigeno e di anidride carbonica.
2. La concentrazione immediatamente letale per l’uomo - conosciuta dai nazisti perché segnalata, non solo nell’opera citata da Mattogno, ma anche in altre coeve (Patty FA, J. Industr. Hyg, 2, 631,1942) o più recenti (Documento del Michigan Department of Environmental Quality 05.01.2001) - non è 4 gr/m3 ma di oltre 10 volte inferiore ossia di di 270 ppm (parti per milione) corrispondente a 0,3 gr/m3.
E’ paradossale che anche per Franco Deana, suo abituale coautore recentemente scomparso, “un qualsiasi tecnico specializzato, applicando la formula di Haber, avrebbe stabilito che era sufficiente impiegare 0,3 mg/litro di HCN che avrebbe procurato la morte in 3 minuti e 20 secondi” ed è altrettanto curioso che lo stesso Mattogno nel suo "Olocausto: dilettanti allo sbaraglio" abbia scritto“mentre nelle camere a gas per ragioni “umanitarie” si usava una concentrazione di HCN 12 volte superiore a quella rapidamente mortale, nelle presunte camere a gas omicide, dove le ragioni “umanitarie” non esistevano affatto, fossero necessarie concentrazioni 40-67 volte superiori”: risultati sostanzialmente corretti nonostante sia Mattogno che Deana commettano l’errore di usare la “formula di Haber” notoriamente non applicabile ai cianuri.
3. Il tempo di “1 al massimo 2 ore”, necessario per gran parte dell’evaporazione, varia con il variare della ventilazione ed è valido per temperature inferiori a quelle presenti nelle camere a gas (Irmscher R: “Zeitschrift für hygienische Zoologie und Schädlingsbekämpfung”, 35-37,1942). Infatti 2000 persone accalcate una sull’altra producevano 3000 Kcal al minuto, sufficienti a far superare la temperatura di ebollizione dell’HCN in pochi minuti, senza considerare che la produzione di calore da parte dell'organismo aumenta moltissimo in condizioni di stress. Abbiamo comunque già visto che non era necessario raggiungere una concentrazione di 4 gr/m3.
4. Un Kg di Zyklon non è “il dosaggio secondo Rotondi ma quello riferito da Bendel che parla di 1 Kg per 500 persone, quindi di 3-4 Kg e non di 1 kg per gasazione, dosaggio sicuramente più che sufficiente - visto che la concentrazione minima letale sull’uomo è di 1mg/kg (Gettler AO, Baine JO, Am. J. Med. Sci., 195, 182, 1938, DOC. NI-9912) - e assai più basso di quello “secondo Aynat” che, parla di soli 140 gr di acido cianidrico per 2000 persone in un articolo in cui ”materiali, critiche e consigli sono state forniti dal ricercatore italiano Carlo Mattogno”… (Aynat E: "Crematoriums II and III of Birkenau. A critical study" JHR, vol 8, n 3, p.303, 1988). La conclusione secondo cui “sarebbe stato necessario un quantitativo di acido cianidrco 20 volte superiore a quello normalmente impiegato per la disinfestazione !” è perciò da ritenersi sicuramente scorretta, nonostante il punto esclamativo...

TIFO PETECCHIALE
Sul tifo petecchiale fa una confusione enorme, giustificata in parte dal fatto di non avere preparazione medica.
Ho sostenuto nel mio libro che tale malattia non poteva giustificare il grande numero di morti ad Auschwitz poiché nei registri furono certificate solo 2060 morti per tifo a fronte di oltre 25.000 per cardiopatie, epidemiologicamente non spiegabili, se non pensando a uccisioni spacciate per morti cardiache.
Mattogno interpreta questa semplice deduzione a modo suo, facendo strani calcoli e accusandomi di “menzionare 103.000 morti”, cifra che non si capisce da dove sbuchi? “Mistero” per dirla alla Mattogno.
Mi spiego nel modo più elementare possibile: parlo di una popolazione di morti troppo giovane per giustificare una tale mortalità cardiaca, perché costituita da 59.000 morti di età inferiore a 50 anni e da 44.000 morti di età inferiore a 40 anni.
Mattogno maldestramente somma 59.000 a 44.000 e giunge a sostenere che io menzioni 103.000 morti. E’ invece fin troppo chiaro che i 44.000 morti fanno parte dei 59.000 morti di età inferiore ai 50 anni….a parlare di 103.000 morti è Mattogno e non certamente io.
Sul significato di popolazione “mediamente giovane” fraintende e non comprende che mi riferisco al significato statistico di "età media" (Σx/n) uguale alla somma di tutte le età divisa per il numero degli individui e forse per questo non considera giovani i morti tra 0 e 30 anni!
Fa quindi una serie di ipotesi prive di ogni attendibilità scientifica dato che la statistica si fa con le diagnosi mediche non presunte ma accertate.
Ciò che è certo è i certificati di morte per tifo rimangono 2060. Il resto sono ipotesi senza valore e non si capisce perché per una stessa causa di decesso, talora si dovesse porre diagnosi di “tifo” e il più delle volte di morti cardiache.

NO HOLES NO HOLOCAUST
Sulle aperture per l’introduzione di Zyklon nei tetti nelle camere a gas, riassumo la questione. Inizialmente per i negazionisti questi fori non esistevano è ciò avrebbe confermato che le camere a gas non potevano essere esistite, mancando il sistema di introduzione del veleno nei locali. Dimostrata l’esistenza di tali aperture, si è detto che le avevano fatte i russi, che forma e centimetri (in un edificio distrutto con la dinamite…) non corrispondevano, che i tondini di ferro erano piegati ecc. ecc.
Mattogno afferma di averle “ispezionat(e) già nel 1990!”: ma allora perché non ne ha parlato immediatamente?
Esistono foto con immagini riferibili alle strutture di introduzione dello Zyklon; all’inizio un certo John Ball ha sostenuto che erano state contraffatte, dopo che Nevin Bryant, esperto della NASA presso Jet Propulsion Laboratory di Pasadena, ne ha dimostrato l’autenticità, ci si è inerpicati in altre teorie, salvo continuare imperterriti a propagandare le sconclusionate ipotesi iniziali di Ball. E i testimoni? Da prendere "a pedate nel fondoschiena", concordi nel complotto antinazista e inattendibili perchè “vittime”, non dei nazisti attenzione !, quanto piuttosto “della serrata propaganda dei vari movimenti di resistenza clandestina del campo” .
Sull’interpretazione di Drahtnetzeinschiebvorrichtung (dispositivo di inserimento in fil di ferro) e di Holzblenden (coperchi di legno), cercherò di far tesoro delle lezioni di tedesco, in attesa di capire però a cosa si riferissero questi termini visto che l’ipotesi più logica di dispositivo di inserimento per lo Zyklon B con relativi otturatori non è ovviamente accettata da Mattogno; nel contempo una revisione del vocabolario italiano consentirebbe a Mattogno di appurare che “nappa” e “falda” sono sinonimi e una più attenta rilettura della punteggiatura gli permetterebbe di interpretare correttamente qualche presunto “strafalcione”...

CREMAZIONI ALL'APERTO
Non comprendo perchè Mattogno inizi il capitolo sulle fosse di cremazione con una lettera sul rendimento dei crematori e non delle cremazione all’aperto.
Anche su tale punto il “revisionismo olocaustico” ha seguito un iter analogo al precedente. Inizialmente le fosse di cremazione non esistevano (“nessuna traccia di fumo, nessuna traccia di fosse, di cremazione o no, ardenti o no, nessuna traccia di terra estratta dalle fosse (…) nelle zone cruciali del crematorio V”) e le cremazioni all’aperto erano ritenute tecnicamente impossibili; quando in quelle stesse stesse foto è apparso finalmente il fumo si è detto che le cremazioni all’aperto - prima, non solo inesistenti, ma addirittura impossibili - erano state rese necessarie dalla carenza di coke o dal malfunzionamento dei forni e non dalla mole di cadaveri da eliminare; e infine in quelle stesse foto, con “nessuna traccia di fumo” , si è arrivati finanche a valutare superficie fumante e forma per dimostrare “irrefutabilmente” che “la storia delle cremazioni di massa a Birkenau nel 1944” è falsa. Aristotelicamente “chiusa la questione”.

FORNI CREMATORI
Sulla questione dei forni crematori, effettivamente molto complessa, pur non avendo competenza specifica (come puntualizzato nel mio libro), mi permetto comunquedi fare alcune considerazione.
Esiste un documento con una capacità di cremazione dei 5 crematori di 4.756 cadaveri al giorno: Mattogno scrive “Rotondi presenta la questione come se io avessi fatto un’affermazione infondata e Pressac mi avesse opposto questo documento (di cui conosceva solo una trascrizione) e io non avessi replicato nulla”. Avrà letto distrattamente il mio libro perché io ne parlo, non come risposta di Jean-Claude Pressac a Carlo Mattogno ma a Fred Leuchter, anche perché il farmacista francese, che io sappia, non ha mai polemizzato pubblicamente con il revisionista italiano.

Ci informa di aver “chiesto conto a Pressac delle assurdità contenute in tale documento”, come se a scriverlo sia stato Pressac che, fra l’altro, definì la cifra di 4756 corpi “grossolanamente esagerata”… , non ci fornisce altre spiegazioni e ci rimanda all’ennesimo articolo che avrei avuto il torto di non citare.

Non dice perchè abbia usato, per la stima del consumo di coke, un forno che, essendo a “tiraggio aspirato”, consumava più coke, forno poi sostituito nel calcolo della durata delle cremazioni con uno molto più vecchio.

Non accenna alla possibilità di usare la legna presente in abbondanza nel bosco vicino

Non spiega quali siano i “pressupposti congetturali ed errati” sulle cremazioni a Gusen di 25,2 minuti per corpo, rimandandoci alla solita nota, né perché, “aggravante” o non “aggravante”, per la durata della muratura refrattaria si rifaccia a un forno elettrico.

Assicura che gli impianti di inizio secolo per le carogne animali erano “molto più simili ai forni di Birkenau di quanto si possa credere” (reputando evidentemente che la struttura corporea delle vittime fosse simile a quella di vitelli e maiali) e i forni funerari dell’ '800 tecnologicamente più avanzati di quelli di Auschwitz che, pur progettati per eliminare migliaia di corpi al giorno, erano più “rudimentali” sia di quelli “ultramoderni attuali” che di quelli ottocenteschi: un’evoluzione tecnologica a singhiozzo…

Sull’ipotesi di poter usare i forni a ciclo continuo, cita parte delle mie riflessioni, omettendone le conclusioni: “Un uso dei forni a ciclo continuo appare effettivamente improbabile”; ironizza sul fatto che mi sia dilungato “in due pagine abbondanti” su un brevetto di un forno, per poi rispondere limitandosi “allo stretto indispensabile” ovvero due pagine abbondanti con relative note, riservandosi di fornire anche ulteriori spiegazioni …

Cita ancora parzialmente una mia frase (“… un processo di cremazione analogo a quello descritto nella testimonianza di Tauber era teoricamente possibile”) che letta completamente acquista un senso completamente diverso (“È improbabile che un enorme forno del genere, il cui progetto viene definito idiota da Pressac, abbia mai funzionato ma è importante tener presente che anche questo brevetto dimostri che un processo di cremazione analogo a quello descritto nella testimonianza di Tauber era teoricamente possibile”).

Accusa Zimmerman, e indirettamente me che l’ho citato, di riferirsi ad un lavoro del 1875 dopo averlo criticato per averne citato uno del 1927. Non si tratta di applicare due pesi e due misure: il lavoro del 1875 non è usato per estrapolare dati da applicare a forni più moderni ma solo per evidenziare che, già mezzo secolo prima di Auschwitz, il cadavere di un adulto poteva essere cremato in 50’ e quello di un bambino in 25’; Mattogno di contro usa dati relativi a forni più vecchi, peraltro usati per le carogne animali, e li applica a forni più moderni e con diversa destinazione d’uso

LE GASSAZIONI CON OSSIDO DI CARBONIO
Mattogno ribadisce che le gassazioni con ossido di carbonio a Majdanek non sono esistite anche perché le bombole presenti nel campo recano l’iscrizione CO2 (anidride carbonica) e non CO (ossido di carbonio).
Avevo obiettato che:

1. potessero essere state contrassegnate con la formula dell’anidride carbonica per celarne l’utilizzazione;

2. ne erano state trovate anche altre;

3. l’iscrizione CO2 non dimostrava che non avessero potuto contenere CO o che esse, prima usate per contenere CO2, non potessero essere state poi riempite con CO;

4. contava il contenuto e non la denominazione del contenitore;

5. una perizia aveva evidenziato in quel campo un filtro per CO, contenitori vuoti per CO e barattoli di Zyklon;

6. dei test avevano confermato la presenza sia di HCN che di CO.

Mattogno mi chiede sarcasticamente perché non “cancellare dalle etichette dei 535 barattoli di Zyklon B trovati a Majdanek dai sovietici la scritta “Giftgas!” (Gas tossico) e sostituirla con un più innocuo “Zucker” (zucchero). O riempire di Zyklon B dei barattoli di zucchero”: perché una bombola riempita con CO non poteva avere altro scopo di quello omicida mentre lo Zyklon era usato anche come semplice disinfestante.
Se lo scopo degli “inattendibili periti" fosse stato di creare prove contro i nazisti, sarebbe stato certamente molto più facile usare le 5 bombole fotografate, e quindi esistenti, con la scritta “Ossido di carbonio 150 atmosfere” anzicchè farle sparire. Che io mi sia riferito a un documento, pare scoperto da Mattogno, non mi sembra così scandaloso; non sapevo che “scoprire” un documento ce ne rendesse titolari del diritto di citazione.
Traggo spunto per ricordare, a proposito di ossido di carbonio, che sull’uso di tale gas all'interno dei camion esistono vari documenti tra cui uno del 16 maggio 1942 “Il luogo dell’esecuzione si trova generalmente lontano da 10 a 15 km dalle strade principali, dunque di difficile accesso(..)Se le persone da uccidere sono condotte con i camion o a piedi, capiscono immediatamente ciò che aspetta loro e si agitano , cosa che conviene evitare quanto possibile. La sola soluzione che resta consiste nel caricarli nei furgoni sul luogo del raduno e quindi condurli fino al luogo dell’esecuzione. Ho dato ordine di camuffare i furgoni del gruppo D in roulotte(…). Questi furgoni sono diventati così conosciuti che non solo le autorità ma anche la popolazione civile li chiama “i camion della morte” (..)Per finire il più velocemente possibile, l’autista spinge sull’acceleratore a tutto gas. Così i destinati all’esecuzione muoiono di asfissia piuttosto che attraverso la perdita della coscienza, come previsto” e un altro altrettanto esplicito del 5.6.42 con le raccomandazioni per rendere più efficienti gli “Spezialwagen”, già usati su 97.000 “soggetti trattati” con CO.

THE RUDOLF REPORT E LA RISPOSTA DI RICHARD J. GREEN
Mattogno dice che, non essendo chimico, non può valutare la fondatezza delle osservazioni di Richard J. Green, a cui però il chimico Germar Rudolf replicherà ammettendo “Chemistry is not the science which can prove or refute any allegations about the Holocaust rigorously”. Riproponendo una sgradevole parabola su forni e pizze, decide nondimeno di ritornare sull’acidità delle pareti che avrebbe contribuito a ridurre la concentrazione di cianuri, pareti che Rudolf rende prima alcaline e poi acide, per rendere possibile la formazione del Bleu di Prussia, pigmento che può formarsi dopo esposizione ai cianuri.
Parla “delle conclusioni di Green”, riportando una mia frase, e chiede “perchè le altre presunte camere a gas omicide originali in cui, secondo la storiografia olocaustica, furono eseguite soltanto gasazioni omicide (Stutthof, Majdanek) presentino sulle pareti interne e perfino su quelle esterne una vasta e intensa pigmentazione di blu di Prussia: ma non furono “lavate” anch’esse? E i tempi di gasazione non furono “esigui”, anzi, per l’irrisorio numero delle pretese gasazioni omicide, immensamente più esigui che a Birkenau ?”
Ripeto che il bleu di Prussia è un marker specifico ma poco sensibile ossia la sua presenza dimostra con una certa attendibilità l'esposizione ai cianuri ma la sua assenza non la esclude: può comparire nelle camere di disinfestazione e non nelle camere a gas, entrambe esposte allo Zyklon ma con tempi e concentrazioni diversi.
Non è poi vero, come ben sa Mattogno, che per tutta la “storiografia olocaustica” quelle camere siano state solo camere a gas omicide; dovrebbero piuttosto essere Rudolf e Leuchter a dirci perché i cianuri non siano stati dosati a Majdanek e a Stutthof, visto che anche lì si ritiene esistessero camere a gas: forse perchè avrebbero trovato alte concentrazioni non in linea con le loro argomentazioni?
Reputa Mattogno che i crematori di Auschwitz, demoliti con la dinamite, si trovino nelle stesse condizioni di quelli di Majdanek ? E' possibile che a Majdanek, proprio per l’esiguo numero di gasati e la minore esperienza, venissero usati tempi e dosaggi analoghi a quelli delle disinfestazioni, data “l’enorme disponibilità” di Zyklon. I muri di Majdanek sono inoltre protetti da una tettoia che li ripara dalla intemperie, tettoia che non è quella “ già in fase di smantellamento alla liberazione del campo” cui fa riferimento Mattogno ma un’altra installata successivamente in sostituzione della precedente.
E' da rimarcare che evidentemente neanche Franco Deana credeva al valore dei prelievi di Leuchter e Rudolf se arrivò a dichiarare “nelle camere di disinfestazione dagli insetti la concentrazione di HCN era più di 20 volte maggiore di quella che sarebbe stata necessaria nelle camere a gas e vi persisteva per un tempo almeno 20 volte maggiore, quindi la possibilità di assorbimento di HCN da parte delle murature delle camere di disinfestazione era almeno 20x20 = 400 volte maggiore di quella della muratura delle camere a gas”.
Mattogno si trattiene per 5 pagine sulla questione, a mio parere accademica (essendo gli addetti muniti di maschere) della ventilazione delle camere a gas, quando pure il suo coautore che mi vedo obbligato a citare nuovamente, dichiarava “usando questa quantità di acido, necessaria e sufficiente, l’accesso al locale per la rimozione dei cadaveri sarebbe risultata possibile anche senza far azionare gli eventuali ventilatori”, non eventuali perchè esistenti.

Non parla dello studio effettuato dall'Istututo di Medicina Legale dell’Università di Cracovia né sull’indifendibile Rapporto Lüftl.

CONCLUSIONI
In una rassegna bibliografica che si limita prevalentemente a citare lavori scritti da altri, riservandosi dei commenti, replicare alle critiche di Mattogno è stata probabilmente una forzatura, dato che gli autori citati -tranne gli scomparsi Pressac e Wellers - non avrebbero bisogno del mio aiuto per rispondere se lo ritenessero opportuno.
Ho esposto delle tesi, penso pacatamente, concordando con alcune e rifiutandone altre: se queste “Riflessioni sul negazionismo della Shoah” siano completamente infondate, come reputa Mattogno, saranno altri a stabilirlo.
Al di là di formule e perizie rimane la domanda alla quale nessun negazionista può dare risposta:
se non sono stati uccisi, indipendentemente dal sistema usato, che fine hanno fatto i milioni di ebrei, zingari, testimoni di Geova e omosessuali trasportati nei treni, mai registrati nei campi e scomparsi per sempre nel nulla?

Copyright © 2006 Francesco Rotondi. Tutti i diritti riservati.

36 commenti:

  1. Dove sono i milioni che mancano?

    È all'americano d'origine tedesca Walter Sanning che si deve lo studio demografico di gran lunga più importante sul destino degli ebrei durante la seconda guerra mondiale. Nella sua opera innovatrice The Dissolution of Eastern European Jewry (IHR, Costa Mesa, 1983), Sanning procede come segue: egli si fonda quasi esclusivamente su fonti ebraiche anglo-americane e non accetta documenti tedeschi se non quando sia provato che sono emanati da fonti antinaziste. Noi riassumiamo qui brevemente le inchieste di Sanning sui paesi chiave che sono la Polonia e l'Unione Sovietica, coloro che fossero interessati ai dettagli e alle statistiche concernenti gli altri paesi possono procurarsi essi stessi il libro.

    Si parla spesso di 3,5 milioni di ebrei viventi in Polonia nel 1939. Si arriva a questa cifra prendendo per base, per gli anni posteriori al 1931 - data dell'ultimo censimento, che aveva contato 3,1 milioni di ebrei - un tasso di crescita massimo, non tenendo conto dell'emigrazione massiccia degli ebrei. Fra il 1931 e il 1939 centinaia di migliaia di ebrei sono emigrati per difficoltà economiche e per l'antisemitismo sempre più aggressivo dei polacchi. Lo stesso Istituto di storia contemporanea di Monaco valuta a circa 100.000 per anno gli emigranti ebrei degli anni Trenta. Ne consegue che nel 1939 non si possono trovare in Polonia più di 2,7 milioni di ebrei (2,633 milioni secondo Sanning).

    Una parte considerevole di questi ebrei viveva nei territori occupati dall'Unione Sovietica. Inoltre quando Hitler e Stalin si divisero la Polonia, centinaia di migliaia di ebrei fuggirono dall'Ovest verso l'Est. Non restò nella Polonia occidentale annessa dalla Germania e nella Polonia centrale, anch'essa passata sotto il controllo tedesco con il nome di «Governatorato Generale», che un milione di ebrei o poco più (800.000 secondo Sanning). Gli ebrei dimoranti in territorio sotto controllo tedesco furono concentrati nei ghetti e dovevano aspettarsi costantemente di essere costretti al lavoro obbligatorio, il loro destino era in ogni modo funesto, con o senza le camere a gas. Le epidemie e la fame hanno fatto decine di migliaia di vittime nei ghetti.

    Quando le truppe tedesche penetrarono in Unione Sovietica nel giugno 1941, la maggior parte degli ebrei - l'80 % secondo informazioni sovietiche ufficiali (per esempio, David Bergelson, presidente del comitato antifascista ebreo-sovietico) - furono evacuati e disseminati in tutto il territorio dell'immenso impero. Ciò accadde anche per gli ebrei polacchi passati sotto il controllo di Stalin dopo il 1939. Gli ebrei russi che vennero a trovarsi sotto la dominazione tedesca non erano più di 750.000. La guerra, i massacri dovuti alle Einsatzgruppen ed i pogrom scatenati dalla popolazione locale furono certamente sanguinosi, ma la grande maggioranza degli ebrei sopravvisse.

    A partire dal 1942 i tedeschi cominciarono ad inviare nelle regioni conquistate ad Est ebrei di tutti i paesi sotto il loro controllo. Questa era la «soluzione finale della questione ebraica». Gli ebrei trasferiti furono chiusi nei ghetti. Il destino di questi deportati è stato pochissimo studiato fin qui; poiché queste operazioni di deportazione contraddicevano il mito dell'Olocausto, i vincitori hanno distrutto o fatto sparire nel limbo delle biblioteche i documenti relativi (gli archivi del solo ministero tedesco degli Affari Esteri confiscati da funzionari americani rappresentavano circa 485 tonnellate di carta - vedere W. Shirer, The Rise and Fall of the Third Reich, New York, 1960, pp. IX, X - di cui solo una parte è stata finora pubblicata). Le «testimonianze dei sopravvissuti», dei deportati ritornati, venivano insabbiate poiché andavano contro la tesi della eliminazione degli ebrei europei nei campi di sterminio. Agli stessi sterminazionisti non resta altro che ammettere le deportazioni massicce degli ebrei verso la Russia; Gerald Reitlinger, per esempio, tratta il soggetto in modo relativamente dettagliato in The Final Solution (Ed. Valentine, Mitchel & Co., 1953). Il fatto che i nazisti avessero fatto passare masse di ebrei in prossimità di sei campi «di sterminio» funzionanti a pieno regime per inviarli in Russia e stabilirveli nel momento in cui essi avevano , sembra, deciso da lungo tempo la distruzione fisica integrale del giudaismo, costituisce tuttavia per gli sterminazionisti un fatto inspiegabile.

    Non si può stabilire in modo preciso il numero di questi deportati. L'esperto di statistica SS Richard Korherr giudica che nel marzo 1943 la cifra ammontasse a 1,873 milioni, ma bisogna dire che il rapporto Korherr non è assolutamente aff1dabile.

    Steffen Werner tratta del trasferimento degli ebrei in Bielorussia nel suo libro Die zweite babylonische Gefangenschaft (Grabert, 1992). Benché si debba leggerlo con prudenza, questo libro accumula indizi che tendono a mostrare che un numero molto elevato di ebrei fu inviato nella parte occidentale della Bielorussia e che essi vi restarono dopo la fine della guerra. Un grande numero di ebrei polacchi rifugiati o deportati in Unione Sovietica vi sono certamente restati volontariamente, perché essi avevano perduto in Polonia tutti i beni che possedevano e avrebbero dovuto ripartire da zero. Inoltre il governo sovietico seguiva ancora in quel momento una politica ostentatamente filo-semita, che non ebbe alcun cenno a cambiare se non poco prima della morte di Stalin.

    Sembrava quasi inverosimile che un numero notevole di ebrei dell'Europa occidentale e dell'Europa centrale siano restati volontariamente in Unione Sovietica. Sono stati trattenuti contro la loro volontà? Quanti hanno trovato la morte, quanti sono rientrati a casa loro o sono emigrati più lontano? Che cosa è avvenuto per esempio delle migliaia di ebrei olandesi che sono stati deportati in Bielorussia via Birkenau e Sobibor? Tutte queste domande restano senza risposta. È venuto il momento, dopo circa mezzo secolo dalla fine della guerra, di aprire gli archivi e di favorire la ricerca storica seria invece di processare ricercatori di valore come Faurisson, di vietare gli studi fondati sui principi della ricerca scientifica come il Rapporto Leuchter e di mettere all'indice un libro come Il Mito di Auschwitz di Stäglich.

    Ma in verità sono gli sterminazionisti come lei che ci devono una risposta su una questione importante.

    COME MAI SE SIETE COSI CERTI DELLO STERMINIO NAZISTA PERSEGUITE I REVISIONISTI CON LEGGI SPECIALI?

    DI COSA AVETE PAURA?

    NON E' PIU' COMODO ACCERTARE LA VERITA' PORTANDO IL CONFRONTO NELLE AULE UNIVERSITARIE, INVECE CHE NELLE AULE DI GIUSTIZIA?

    BHA, VEDI UN PO' TE'


    Olocausto, Mastella annuncia disegno legge contro negazionismo

    MILANO (Reuters) - Il governo presenterà un disegno di legge contro le affermazioni che negano l'Olocausto, ha annunciato oggi il ministro della Giustizia Clemente Mastella.

    "Bisogna tenere alto il livello di guardia contro ogni rigurgito di antisemitismo", ha detto Mastella in una nota annunciando la presentazione del ddl al prossimo Consiglio dei Ministri del 27 gennaio, che coincide con la celebrazione della Giornata della Memoria.

    Il disegno di legge, che sarà approntato ascoltando le comunità ebraiche, "assume un rilievo fondamentale per tutte le minoranze", spiega il Guardasigilli.

    Mastella si augura di ottenere la collegialità del governo nel sostenere la sua proposta di legge, perché "alcune cose non siano ostaggio di false memorie".

    Per il presidente dell'Ucei Renzo Gattegna, ricevuto ieri in delegazione nel dicastero di via Arenula, un ddl è importante perché "i testimoni diretti dell'olocausto via via non ci saranno più".

    "Negare che quei fatti sono avvenuti significa che quello che è stato documentato è falso . E' quindi un'offesa alla memoria e alla storia", ha concluso il ministro.

    La negazione dello sterminio degli ebrei a opera del nazismo è un reato in diversi paesi europei, tra cui Austria, Germania e Svizzera, ed è punibile con una condanna che può arrivare fino a 10 anni di carcere.

    Nel 2005 lo storico britannico David Irving è stato condannato a tre anni di carcere dopo essere arrestato in Austria per aver negato il genocidio organizzato di sei milioni di ebrei ad opera dei nazisti.

    Dopo aver pasato poco più di un anno in prigione, a fine dicembre lo storico 68enne ha ottenuto la libertà condizionale e il diritto di lasciare il paese.

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  2. ALTRE INFORMAZIONI

    La dispersione

    Dopo la guerra centinaia di migliaia di ebrei sono emigrati in Palestina, negli Stati Uniti e in diversi altri paesi (esistono 70 comunità giudaiche sparse nel mondo, raggruppate in seno al Congresso mondiale ebraico). La descrizione di queste onde di emigrazione costituisce uno degli aspetti più interessanti del libro di Sanning.

    Sanning mostra attraverso quali vie fantastiche molti ebrei hanno raggiunto la loro nuova patria. Un certo numero si arenarono a Cipro o in Persia prima di arrivare alla loro vera destinazione; altri si attardarono in Marocco o in Tunisia. Tutte queste informazioni sono confermate da statistiche demografiche ufficiali e da citazioni estratte da opere di autori ebrei.

    Secondo i calcoli di Sanning le perdite ebraiche nei territori dell'Unione Sovietica occupata dai tedeschi ammontano a 130.000 e quelle negli stati europei a poco più di 300.000. Egli indica che il numero reale delle vittime potrebbe però essere sensibilmente inferiore o al contrario più elevato di qualche decine di migliaia. La seconda possibilità ci sembra di gran lunga la più verosimile. È certamente molto improbabile, anche se non del tutto escluso, tenuto conto del numero di fattori di incertezza, che le perdite umane [vale a dire per tutte le cause, gas ovviamente escluso] del popolo ebraico, nella sfera di influenza tedesca, siano ammontate a un milione circa ed è da questa cifra che partì il pioniere revisionista Rassinier, ex deportato antifascista.






    La cifra di sei milioni

    La cifra mitica di sei milioni di ebrei assassinati è apparsa fino dal 1942 nella propaganda sionista. Nahum Goldmann, futuro presidente del Congresso mondiale ebraico annunciava il 9 maggio 1942 che, di 8 milioni di ebrei che si trovavano in potere di Hitler, da 2 a 3 milioni solamente sopravvivevano (Martin Gilbert, Auschwitz und die Alliierten, C.H. Beck, 1982, p. 44). In seguito le statistiche demografiche sono state manipolate fino a che la cifra desiderata non fosse raggiunta, almeno approssimativamente. Per far questo gli storiografi conformisti procedono come segue:


    Per gran tempo, dell'enorme emigrazione dall'Europa anteguerra, non tengono conto altro che della Germania e dell'Austria.

    Ignorano l'emigrazione, tutt'altro che trascurabile, di ebrei durante la guerra.

    Si basano sui risultati dei primi censimenti del dopoguerra che datano 1946 o 1947 e sono dunque posteriori all'emigrazione di centinaia di migliaia di ebrei nei territori extraeuropei;

    Trascurano l'evacuazione massiccia, attestata da fonti sovietiche inconfutabili, di ebrei sovietici dopo l'entrata dei tedeschi in Unione Sovietica e passano sotto silenzio la fuga di gran parte degli ebrei polacchi verso l'Unione Sovietica.

    Tutti gli ebrei trasferiti in Russia dai tedeschi e rimasti colà sono dichiarati assassinati. Sono ugualmente considerati come vittime dell'Olocausto tutti gli ebrei morti nei campi di lavoro sovietici in seguito alle deportazioni staliniane e tutti i militari o i partigiani ebrei dei paesi in guerra contro l'Asse morti in combattimento.-

    Gli sterminazionisti non prendono in considerazione fattori come il tasso negativo di crescita demografica conseguente all'emigrazione massiccia e alla divisione delle famiglie.

    Esponiamo due esempi di metodi di lavoro degli sterminazionisti:

    Primo esempio: un ebreo polacco emigra in Francia negli anni Trenta come decine di migliaia di suoi correligionari. Egli viene qui arrestato nel 1942 ed inviato in un campo di concentramento. Secondo i calcoli dell'avvocato sionista Serge Klarsfeld, 75.721 ebrei residenti in Francia sono stati deportati durante l'occupazione tedesca. Più di due terzi di essi avevano passaporti stranieri, poiché Pétain vedeva di cattivo occhio la deportazione di cittadini francesi. Al fine di gonfiare al massimo il numero delle vittime Klarsfeld, nel suo Mémorial de la déportation des Juifs de France, considera morti tutti gli ebrei deportati che, fin dal 1945, non avessero dichiarato il loro ritorno al ministero degli ex combattenti. Però una tale dichiarazione non era per nulla obbligatoria. Ancora, molti degli scampati ebrei di nazionalità straniera sono emigrati immediatamente in Palestina, in America o altrove.

    Ammettiamo che l'ebreo menzionato nel nostro esempio sia emigrato in America del Sud dopo il suo ritorno da un campo di lavoro nel 1945. Egli figura due volte nelle statistiche dell'Olocausto: in primo luogo fa parte degli ebrei che vivevano ancora in Polonia nell'ultimo censimento del 1931, ma non vi era più dopo la guerra ed era per conseguenza stato gassato; in secondo luogo egli non ha dichiarato il suo ritorno in Francia al ministero degli ex combattenti prima della fine del dicembre 1945 ed è stato di conseguenza uno degli ebrei di Francia gassati. Egli, pur essendo vivo, risulta morto dunque due volte.


    * * *

    Secondo esempio: una famiglia ebrea, chiamiamola Süssmann, viene arrestata dai nazisti nel 1942. Il marito viene inviato in un campo di lavoro, la moglie e i suoi due bambini sono invece mandati in un ghetto dove lei si crea una nuova comunità familiare. A guerra terminata la donna emigra in Israele con i suoi bambini e col nuovo partner, che lei sposa laggiù. Ella fa passare il suo primo marito come scomparso e questi entra nelle statistiche dell'Olocausto. In realtà, nel 1945 egli è emigrato negli Stati Uniti, dove ha fatto registrare il decesso della moglie e dei figli. Ma se qualcuno avesse in seguito l'idea di cercare negli Stati Uniti un certo Jakob Sussmann, non ci riuscirebbe perché Jakob Sussmann non esiste più. Un avviso di decesso apparso in Aufbau, giornale ebreo germanofono di New York, informa che «il 14 marzo 1982 è deceduto improvvisamente il nostro caro padre, padrigno e nonno James Sweetman (Süssmann) precedentemente Danzig [...]».

    La rivista Historische Tatsachen (n· 52) dà altri esempi, estratti da Aufbau, di simili cambiamenti di nomi: Königsberger diviene King; Oppenheimer, Oppen; Malsch, Maier; Heilberg, Hilburn; Mohrenwitz, Moore; Gunzburger, Gunby. La famiglia Süssmann ha dunque fornito quattro nomi alle statistiche dell'Olocausto, benché tutti i suoi membri siano sopravvissuti alla guerra.






    La chiave della questione demografica si trova in Unione Sovietica

    Secondo il censimento del 1939, vivevano all'epoca in Unione Sovietica un po' più di 3 milioni di ebrei. È giusto in quel momento, pur tenuto conto del tasso di natalità estremamente basso della minoranza ebraiche e di una tendenza crescente all'assimilazione, parlare ancora di un accrescimento naturale di questa categoria di popolazione. Il primo censimento del dopo guerra (1959) ha censito solo 2,267 milioni di ebrei sovietici, ma tutti i sionisti si accordarono nel dire che questa cifra non rispondeva assolutamente alla realtà; regnava già a quell'epoca in Unione Sovietica un clima antireligioso ostile alle minoranze nazionali e chiunque si professasse ebreo poteva attendersi delle noie. Inoltre, molti degli ebrei, in quanto buoni comunisti, si sentivano e si dichiaravano volontariamente russi, ucraini, etc., piuttosto che ebrei e ognuno poteva dare, al tempo dei censimenti sovietici, la nazionalità che riteneva essere la propria.

    Anche dopo l'inizio dell'emigrazione massiccia di ebrei sovietici verso Israele e gli Stati Uniti, che cominciò alla fine degli anni Sessanta, fonti ebraiche e israeliane stimavano in più di quattro milioni il numero degli ebrei sovietici, e il New York Post scriveva il 1·1990:

    «Si stimava che vivessero nell'Unione sovietica da 2 a 3 milioni di ebrei. Però, degli emissari israeliani che, grazie al miglioramento delle relazioni diplomatiche, possono recarsi liberamente nell'Unione sovietica, annunciano che il numero vero ammonta a più di 5 milioni.»

    Secondo fonti ufficiali, il numero degli emigrati che hanno lasciato l'Unione Sovietica a partire dagli anni Sessanta, ammontava a un milione circa. Ammettendo un leggero accrescimento di popolazione dovuto alla natalità, e pertanto che le cifre del New York Post siano esatte, avrebbero dovuto vivere in Unione Sovietica prima dell'inizio dell'onda di emigrazione quasi 6 milioni di ebrei - almeno 3 milioni «di troppo» dal punto di vista della statistica del 1959 - ciò prova che una grande parte degli ebrei polacchi che si pretendeva fossero stati gassati, come anche molti ebrei di altri paesi europei - della Romania e dei Balcani principalmente - siano stati ospitati e assorbiti dall'Unione Sovietica.

    Si avrà un'idea del modo col quale gli sterminazionisti utilizzano la matematica leggendo l'antologia pubblicata nel 1991 da Wolfgang Benz col titolo di Dimension des Völkermordes (Oldenburg, 1991), nella quale figura un contributo di certo Gert Robel. Secondo Robel, vi erano in Unione Sovietica, all'inizio della guerra tedesco-sovietica, più di 5 milioni di ebrei, il che corrisponde in larga misura al numero calcolato da Sanning. Robel pretende che 2,8 milioni di ebrei sovietici siano stati massacrati dai tedeschi.

    Il 12 % almeno della popolazione sovietica ha trovato la morte durante la guerra, principalmente a causa delle evacuazioni massicce ordinate da Stalin e della sua politica della terra bruciata. Non c'è nessuna ragione per ritenere la percentuale di vittime ebree della guerra fosse inferiore, dunque dei circa 2,2 milioni di ebrei che, secondo Robel, sono sopravvissuti ai massacri tedeschi, almeno 264.000 sono periti per cause legate alla guerra. Di conseguenza, se seguiamo Robel, non potevano esservi in Unione Sovietica nel 1941 che 1,9 milioni di ebrei al massimo - probabilmente molti meno. Come può essere accaduto che questo numero sia poi triplicato, tenuto conto del debole tasso di natalità degli ebrei sovietici e della loro tendenza all'assimilazione?






    Qualche caso celebre

    Molti casi particolari dimostrano che se gli eventi bellici in genere, le epidemie e le privazioni provocarono innumerevoli decessi nei campi di concentramento, non ci fu tuttavia uno sterminio sistematico.

    Dopo l'occupazione dell'Italia da parte dei tedeschi, Primo Levi si unì ai partigiani. Fu fatto prigioniero ed inviato a lavorare ad Auschwitz. Malgrado fosse ebreo e partigiano, egli è sopravvissuto e ha scritto dopo la sua liberazione il libro Se questo è un uomo.

    L'ebreo austriaco e socialista di sinistra, Benedict Kautsky, avrebbe dovuto trovare cento volte la morte. Egli passò sette anni nei campi: Dachau, Buchenwald, Auschwitz e ancora Buchenwald. Egli ha scritto dopo la guerra la sua opera Teufel und Verdammte (Zurich, 1946). Sua madre ottuagenaria morì a Birkenau nel dicembre 1944. Imprigionare delle persone così anziane è un'infamia, ma non dimostra una volontà di sterminio. La signora Kautsky ricevette peraltro delle cure mediche; non è certo che in libertà avrebbe vissuto più a lungo nelle orribili condizioni dell'ultimo inverno di guerra.

    Otto Frank e le sue figlie Anne e Margot sono sopravvissuti ad Auschwitz. Anne e Margot furono trasferite a Belsen, dove morirono di tifo all'inizio dell'anno 1945. Otto Frank è morto in Svizzera in età avanzata.

    In Das jüdische Paradox (Europaische Verlagsantstalt, 1976, p. 263), Nahum Goldmann, che fu per parecchi anni presidente del Congresso mondiale ebraico, scrive questo:

    «Ma nel 1945 c'erano circa 600.000 ebrei sopravvissuti nei campi di concentramento che nessun paese voleva accogliere».

    Se i nazisti avessero voluto sterminare gli ebrei, come mai 600.000 di essi hanno potuto sopravvivere ai campi tedeschi? Fra la conferenza di Wannsee, nella quale si dice sia stato deciso lo sterminio, e la fine della guerra, i tedeschi avevano avuto tre anni e tre mesi per compiere la loro opera.

    Gettiamo un colpo d'occhio alla lunga lista dei nomi degli ebrei importanti che sono sopravvissuti ad Auschwitz o ad altri campi e prigioni tedeschi. Vi troviamo, fra molti altri:

    - Léon Blum, capo del governo del Fronte popolare della Francia di prima della guerra;
    - Simone Veil, che diverrà più tardi presidente del Parlamento europeo;
    - Henri Krasucki, che diverrà più tardi il numero 2 del sindacato francese CGT;
    -Marie-Claude Vaillant-Couturier, che diventerà più tardi membro del comitato centrale del partito comunista francese;
    - Gilbert Salomon attuale PDG di SOCOPA (alimenti e bestiame) e delle Macellerie Bernard;
    - Jozef Cyrankiewicz, che diverrà più tardi capo del governo polacco;
    - Dov Shilanski e Shevah Weiss, ex ed attuale presidente della Knesseth;
    -George Charpak, premio Nobel per la fisica 1992;
    - Roman Polanski, cineasta (Rosemary's Baby);
    - Leo Baeck, considerato da molti come il più grande rabbino del secolo;
    - Jean Améry, filosofo;
    - Samuel Pisar, scrittore francese;
    - Eric Blumenfeld, uomo politico membro della CDU;
    - Ermann Axen, uomo politico, membro del SED;
    - Paul Celan, poeta («Der Tod ist ein Meister aus Deutschland»);
    - Simon Wiesenthal, il famoso «cacciatore dei nazisti»;
    - Ephraim Kishon, autore satirico;
    - Heinz Galinski e Ignatz Bubis, ex ed attuale presidente del Consiglio Centrale degli ebrei tedeschi;
    - Georges Wellers e Shmuel Krakowski, coautori dell'antologia Les Chambres
    à gaz, secret d'Etat (Ed. de Minuit, 1984);
    - Elie Wiesel.


    * * *

    Nel gennaio 1945, Elie Wiesel, detenuto ad Auschwitz, soffrì di un'infezione al piede. Cessò dunque di essere atto al lavoro. Fu ricoverato all'ospedale e subì una piccola operazione chirurgica.

    Nel frattempo l'Armata Russa si avvicinava. I detenuti furono informati che le persone in buona salute sarebbero state evacuate e che i malati avrebbero potuto restare, se lo avessero voluto. Elie e suo padre facevano parte dei malati. Cosa scelsero? Di restare e attendere i loro liberatori? No, si aggiunsero volontariamente ai tedeschi - a quei tedeschi che avevano, davanti agli occhi di Elie Wiesel, gettato dei bimbi nelle fiamme di una fossa e spinto degli ebrei adulti nel fuoco di un'altra fossa più grande, dove le vittime avevano «agonizzato per ore nelle fiamme», come si può leggere su La Nuit.

    Si insegna ai ragazzi delle scuole che l'obiettivo di Hitler era lo sterminio degli ebrei e che l'annientamento degli ebrei fu deciso il 20 gennaio 1942 alla conferenza di Wannsee. Se i professori di storia e i libri di storia avessero ragione, non sarebbero 600.000 gli ex-detenuti dei campi di concentramento sopravvissuti, ma 600 nel migliore dei casi. Non dimentichiamo che il Terzo Reich era uno Stato di polizia estremamente efficiente.

    Nella sua brillante esposizione sulle prospettive storiche della leggenda dell'Olocausto, Arthur Butz esprimeva il parere che gli storici futuri avrebbero rimproverato ai revisionisti la strana cecità che li aveva condotti a permettere agli alberi di nascondere la foresta. In altri termini, a forza di concentrarsi su dettagli, i revisionisti hanno trascurato questa evidenza: alla fine della guerra, gli ebrei erano sempre là.

    Ci se ne può convincere leggendo le notizie biografiche riportate qui di seguito e che Martin Gilbert dedica alle persone menzionate nel suo libro Auschwitz and the Allies. Gilbert cita le personalità ebree seguenti:

    -Sarah Cender, che fu deportata ad Auschwitz nel 1944 ed emigrò in America dopo la guerra
    - Wilhelm Fildermann, che sopravvisse alla guerra nella Romania fascista;
    - Arie Hassenberg, che fu inviato ad Auschwitz nel 1943 e fuggì nel gennaio 1945;
    -Erich Kulka, che sopravvisse a Dachau, Neuengamme ed Auschwitz, e mise per iscritto, nel 1975, le sue esperienze nei campi;
    -Shalom Lindenbaum, che «fuggì dalla colonna in marcia», dopo l'evacuazione di Auschwitz;
    -Czeslaw Mordowicz, che fuggi da Auschwitz nel maggio 1944 ed emigrò in Israele nel 1966;
    -Arnost Rosin, che fu detenuto ad Auschwitz dal 1942 al 1944 e che, nel 1968, divenne funzionario al servizio della comunità ebraica di Dusseldorf;
    -Katherina Singerova, che fu deportata ad Auschwitz nella primavera 1942 e divenne, dopo la guerra, direttrice del Fondo nazionale cecoslovacco a favore dei creatori artistici;
    -Dov Weissmandel, che fu inviato ad Auschwitz e che «scappò praticando un buco nel vagone con l'aiuto di una sega introdotta clandestinamente nel treno all'interno di una pagnotta»;
    -Alfred Wetzler, coautore del War Refugee Board Report e autore dell'opuscolo Auschwitz: Grab von vier Millionen Menschen, che fuggì da Auschwitz nel maggio 1944, in compagnia del famoso Rudolf Vrba, nato Rosemberg.


    Altri ebrei menzionati da Gilbert non furono deportati dai nazisti, ma scelti come interlocutori - fu il caso di Rudolf Kasztner - o utilizzati come spie - fu il caso di Andor Gross. Nella sua grossolana opera, Martin Gilbert non smette di parlare di gassazioni, ma non dà il nome di un solo ebreo gassato.




    Al contrario, come abbiamo appena visto, enumera una gran quantità di persone non gassate. I milioni di gassati sono, per riprendere un'espressione di Orwell, dei «non existing people», gente senza nome.

    L'articolo Dann bin ich weg über Nacht, apparso su Spiegel (n· 51/1992), evoca i seguenti ebrei:

    -Rachel Naor, 20 anni, il cui nonno è sopravvissuto ai «campi di sterminio dei nazisti»;
    -Ralph Giordano, che ha vissuto la guerra in Germania in libertà, pur essendo noto alla Gestapo;
    -Leo Baeck, che profetizzò, dopo la sua liberazione da Theresienstadt, che l'epoca degli ebrei di Germania era definitivamente terminata;
    -Yohanna Zarai, che è sopravvissuta al periodo nazista nel ghetto di Budapest;
    -Inge Deutschkron, che ha descritto, nella autobiografia Ich trug den gelben Stern, la sua giovinezza in Germania;
    -Theodor Goldstein, 80 anni, che i nazisti internarono nel campo di Wullheide.

    Dopo questo articolo, lo Spiegel pubblica un colloquio col presidente del consiglio della comunità ebrea tedesca, Ignatz Bubis, sopravvissuto dell'Olocausto, successore di Heinz Galinski, anche lui sopravvissuto dell'Olocausto.

    Certo, tutti questi sopravvissuti pretendono di essere «scampati per miracolo», ma si deve, razionalmente, osservare che i miracoli a catena non sono più miracoli. Lungi dall'essere testimoni chiave dell'Olocausto, tutte queste persone rappresentano la prova che non c'è stato Olocausto.

    Allorché, secondo Goldmann, 600.000 ebrei sono sopravvissuti ai campi di concentramento, è verosimile che da 200.000 a 300.000 ebrei siano morti in questi stessi campi, principalmente di malattia, ma anche di stenti durante gli ultimi caotici mesi della guerra. Come gli altri popoli d'Europa, il popolo ebreo ha vissuto una tragedia di portata storica, anche senza camere a gas.






    La riunione di famiglia degli Steinberg

    Lo State Time di Baton Rouge (Louisiana, Stati Uniti) del 24 novembre 1978 riporta quanto segue:

    «Los Angeles (Associated Press) - Un tempo gli Steinberg prosperavano in un piccolo villaggio ebraico della Polonia. Questo avveniva prima dei campi della morte di Hitler. Ecco che un vasto gruppo di più di duecento sopravvissuti e i loro discendenti sono qui riuniti per partecipare insieme a una celebrazione speciale di quattro giorni che è opportunamente iniziata il giorno del Ringraziamento (Thanksgiving Day). Alcuni congiunti sono arrivati giovedì dal Canada, dalla Francia, dall'lnghilterra, dall'Argentina, dalla Columbia, da Israele e da almeno tredici città degli Stati Uniti. "È miracoloso", ha detto Iris Krasnow, di Chicago. "Qui ci sono cinque generazioni che vanno da tre mesi a ottantacinque anni. Le persone piangono di felicità e trascorrono momenti meravigliosi. È quasi come una riunione di rifugiati della Seconda Guerra Mondiale." Sam Kloparda di Tel Aviv era stupito del grande albero genealogico posto nel salone dell'hotel Marriot dell'aeroporto internazionale di Los Angeles. Si erano assicurati l'aiuto di molti parenti, tra cui una nuora, Elaine Steinberg, per le loro ricerche dei membri di famiglia. [] Per la madre di Iris Krasnow, Hélène, che aveva abbandonato la Polonia per la Francia e poi per gli Stati Uniti, questo era un gioioso avvenimento. "Piango, dice, non posso credere che tante persone siano sopravvissute all'Olocausto. C'è tanta vita - un'altra generazione. È magnifico." "Se Hitler lo sapesse, si rivolterebbe nella tomba" dice» (citato da Serge Thion, Vérité historique ou vérité politique?, La Vieille Taupe, 1980, pp. 325-326).

    Fra le centinaia di parenti che gli Steinberg non sono riusciti a scoprire - essi avevano fatto pubblicare un annuncio - molti hanno certamente perduto la vita sotto la dominazione tedesca, altri, come quelli che sono stati ritrovati, sono disseminati in tutti i paesi del mondo occidentale, da Israele all'Argentina, passando per gli Stati Uniti. Altri, più numerosi, vivono nelle immense distese russe o vi sono deceduti di morte naturale.






    Anche 500.000 zingari?

    Al massacro di sei milioni di ebrei, gli sterminazionisti aggiungono il massacro di 500.000 zingari. È l'argomento che tratta Sebastian Haffner nel suo libro Anmerkungen zu Hitler:

    «A partire dal 1941, gli zingari dei territori occupati dell'Europa orientale furono sterminati tanto sistematicamente quanto gli ebrei che vi vivevano. Questo massacro [] non è stato affatto studiato nel dettaglio, nemmeno più tardi. Non se ne è parlato molto quando esso ha avuto luogo e anche oggi non se ne sa molto di più del semplice fatto che per l'appunto è avvenuto.» (Anmerkungen zu Hitler, Fischer Taschenbuch Verlag, 1981, p. 130).

    Non c'è nessuna prova, dunque, del massacro degli zingari, ma si sa tuttavia che esso ha avuto luogo! Nel numero 23 della rivista Historische Tatsachen, Udo Walendy si dedica ad uno studio approfondito del presunto massacro degli zingari. Il numero della rivista in questione, come tutta una serie di altri, è stato proibito dalla censura dello Stato tedesco, benché i censori si siano mostrati incapaci di scoprire la minima inesattezza nello studio di Walendy. - «Nessun libro ne attesta il martirio, nessuna monografia ne descrive la marcia verso le camere a gas e i commando di esecuzione del Terzo Reich» constata lo Spiegel n· 10/1979, avendo riscontrato l'assenza di ogni documento relativo all'assassinio di 500.000 zingari.

    CHE VUOI FARCI, I MIEI POST SONO UN PO' LUNGHI, PRENDILO COME UNO SFOGO.
    TRA QUALCHE MESE QUESTA DISPUTA SARA' CONCLUSA PER DECRETO LEGGE...
    NELLE AULE DI GIUSTIZIA...E IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

    LE CAMERE A GAS E I 6 MILIONI DI EBREI MORTI ESISTONO, SMETTETELA DI FARE DOMANDE.

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  3. Due considerazioni preliminari:
    1. Quando si entra in casa di altri ci si presenta con nome e cognome; il post, benché anonimo, non verrà comunque cancellato a patto che ciò non diventi una spiacevole consuetudine. Mi farebbe inoltre piacere che i commenti, siano o meno “sfoghi”, fossero più concisi; se qualcuno decide di pubblicare un trattato in rete può farlo sul proprio sul proprio sito.
    2.Pur essendo “certo dello sterminio nazista” non sono tra quelli che intendono “perseguire” né tanto meno perseguitare i negazionisti. L’ho scritto prima del tuo commento e non solo nel mio blog che evidentemente non hai letto con attenzione: questo un mio commento FIRMATO del 16.1.07 postato su un altro sito contro la legge proposta da Mastella, che tu mi accusi di condividere
    http://riformatori.blogspot.com/2007/01/sho-mastella-vuol-punire-il.html.
    Non ho paura di niente, contrariamente a quanto pensi, e non ritengo che le questioni storiografiche vadano demandate alla magistratura.
    Ciò non significa che quella che tu chiami “ricerca scientifica” sull’Olocausto vada affidata a millantatori come il sedicente ingegner Fred Leuchter jr che, sotto l’ala protettrice di Faurisson, si firma “ingegnere capo” senza essersi mai laureato in ingegneria e la cui “scientificità” è talmente improbabile da essere messa in discussione dallo stesso Mattogno e da altri negazionisti.

    La statistica demografica è un aspetto di cui non mi sono occupato nel mio libro, neppure en passant, sia perché non ne ho la competenza sia perché non penso che, se fossero stati sterminati meno di 6 milioni di ebrei, la mostruosità del crimine cambierebbe.
    Forse tiri in ballo la questione attribuendomi una domanda che io avrei posta “Dove sono i milioni che mancano?” ma che in realtà è diversa da quella orginale“che fine hanno fatto i milioni di ebrei, zingari, testimoni di Geova e omosessuali TRASPORTATI NEI TRENI, MAI REGISTRATI NEI CAMPI e scomparsi per sempre nel nulla?”. Gli ebrei emigrati, non si sa quanti e dove, prima della Shoah non c’entrano niente, io parlo degli ebrei prelevati, trasportati nei treni fino ai campi, non “tatuati” ovvero non immatricolati e scomparsi nel nulla.
    Puoi credere che lo “studio demografico di gran lunga più importante” sul numero di ebrei morti durante la II guerra mondiale sia opera di Walter Sanning, ti ricordo però che Raul Hilberg ha studiato con grande rigore la questione, sottolineando le oggettive ed enormi difficoltà dei metodi di calcolo statistico basati o sulla sottrazione (sottrazione dei dati del dopoguerra dalle cifre dei censimenti di prima della guerra) o sull’addizione (somma delle morti da privazione, fornite dai Consigli ebraici, delle morti da fucilazione , fornite prevalentemente dagli Einsatzgruppen, e delle morti da deportazioni, basate sugli elenchi dei trasporti e delle immatricolazioni nei campi) e giungendo a calcolare una cifra, comunque approssimativa di circa 5.100.000 morti ( evidentemente non tutta la “storiografia sterminazionista” parla della cifra che definite “simbolica” di 6 milioni).
    Difficoltà, per quanto riguarda il metodo statistico basato sulla sottrazione, dovute all’incidenza dei fattori di casualità (guerra,migrazioni, tassi di mortalità e natalità) e difficoltà, per quanto concerne il metodo basato sulle addizioni, legate alla mancanza di completezza (elenchi incompleti, distrutti, dispersi, non accessibili).
    Brevemente mi limito a sottolineare che una delle critiche al lavoro di Samming è quella fatta da Zimmerman il quale fa notare, fra l’altro, che le cifre di 100.000 ebrei emigrati ogni anno dalla Polonia provengono da una pubblicazione dell’Istituto di Storia contemporanea di Monaco che non fornisce nell’articolo la fonte di questo dato. Di contro le cifre ufficiali polacche per gli anni compresi dal 1931 al 1937 parlano di un’emigrazione totale ebraica di 109.716 ebrei, dati pubblicati prima dell’inizio della “Soluzione finale” e quindi non guidati da "motivazioni politiche".
    Un lavoro come quello di Samming, che esclude documenti tedeschi, non ha senso perché evidentemente non considera i rapporti degli Einsatzkommandos, dell’esercito, dalle SS,il rapporto dell’esperto di statistica delle SS, Richard Korherr...

    Qualche annotazione finale:
    - Quando affermi “Questa era la “Soluzione finale della questione ebraica”. Gli ebrei trasferiti furono chiusi nei ghetti” forse non capisco che cosa vuoi dire perché è noto che gli ebrei dai ghetti venivano trasferiti nei lager o pensi che Auschwitz fosse un semplice ghetto?
    - A pensare che le “testimonianze dei sopravissuti, dei deportati ritornati, venivano insabbiate” sei solo tu visto che persino i negazionisti si lamentano dell’eccesso di testimonianze.
    - Che tu citi qualche “caso celebre” di sopravvissuto al genocidio a fronte di milioni di persone scomparse non dimostra nulla. Ti ricordo, per fare solo un esempio, che Primo Levi, da te citato, non era detenuto ad Auschwitz -Birkenau, dove si trovavano le camere a gas e dove veniva espletato lo sterminio di massa, ma lavorava ad Auschwitz III-Monowitz (a 7 Km dal campo principale) che non era un luogo di sterminio ma di lavoro forzato dove i detenuti lavoravano per la fabbrica per la produzione di gomma sintetica del gruppo industriale IG Farben.

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  4. Leuchter millantatore, ok

    Parliamo allora del tuo Hilberg

    Nel 1961, l’ebreo Raul Hilberg, Number One degli storici ortodossi, aveva
    pubblicato la prima edizione della sua opera più importante ed è stato nel 1985
    che ne ha pubblicato la seconda edizione profondamente riveduta e corretta. La
    distanza di tempo tra queste due edizioni è considerevole e non si può spiegare
    che con la sequenza di vittorie riportate nel frattempo dai revisionisti. Nella
    prima edizione, l’autore aveva freddamente affermato che “la distruzione degli
    ebrei d’Europa” era stata innescata a seguito di due ordini successivi dati da
    Hitler. Egli non precisava né la data né il contenuto di tali ordini. In seguito
    pretendeva di spiegare nei minimi particolari il processo politico,
    amministrativo e burocratico di tale distruzione; per esempio egli arrivava a
    dire che a Auschwitz lo sterminio degli ebrei era organizzato da un ufficio
    incaricato della disinfezione degli abiti e dello sterminio degli esseri umani
    contemporaneamente (The Destruction of the European Jews, 1961, nuova edizione
    nel 1979 presso Quadrangle Books, Chicago, pp. 177, 570). Ora, nel 1983,
    rinunciando completamente a questa spiegazione, R. Hilberg è giunto
    all’improvviso ad affermare che il processo di “distruzione degli ebrei
    d’Europa” si era svolto, in fin dei conti, senza piano, senza organizzazione,
    senza centralizzazione, senza progetto, senza bilancio preventivo, ma, in tutto
    e per tutto, grazie a “un incredibile incontro degli spiriti, una trasmissione
    di pensiero consensuale in seno a una vasta burocrazia”, la burocrazia tedesca
    (an incredible meeting of minds, a consensus mind reading by a far-flung
    bureaucracy) («Newsday», New York, 23 febbraio 1983, p. II/3). Questa
    spiegazione, R. Hilberg la confermerà sotto giuramento al processo Zündel del
    1985 a Toronto, il 16 gennaio 1985 (resoconto testuale, p. 848); poi, la
    confermerà di nuovo con altre parole nella versione profondamente riveduta della
    sua opera The Destruction of the European Jews, New York, Holmes & Meier, 1985,
    pp. 53, 55, 62 ; in francese, La Destruction des juifs d’Europe, Parigi, Fayard,
    1988, pp. 51, 53, 60 — in italiano: La Distruzione degli ebrei d’Europa, Torino,
    Einaudi, 1995). Infine l’ha appena confermata nuovamente nell’ottobre 2006 in
    un’intervista concessa a « Le Monde »: “Non c’era uno schema guida prestabilito.
    Quanto alla questione della decisione, essa è in parte insolubile: non si è mai
    ritrovato nessun ordine firmato da Hitler, di suo pugno, probabilmente perché un
    tale documento non è mai esistito. Io sono persuaso che le burocrazie sono mosse
    da una sorta di struttura latente: ogni decisione ne comporta un’altra, poi
    un’altra e così via, anche se non è possibile prevedere esattamente la tappa
    seguente” (« Le Monde des livres » , 20 ottobre 2006, p. 12).


    Osservazione: Lo storico Number One del genocidio degli ebrei si è dunque
    trovato così smarrito che è improvvisamente arrivato a rinnegarsi e a spiegare
    una gigantesca impresa d’assassinio collettivo come se questa si fosse
    realizzata in qualche modo per opera dello Spirito Santo. Egli evoca, infatti,
    un “incontro degli spiriti” in seno a una burocrazia e definisce quest’incontro
    “incredibile”. Se esso è incredibile, perché ci si dovrebbe credere? Bisogna
    credere all’incredibile? Egli invoca anche la “trasmissione di pensiero” e la
    definisce “consensuale”, ma si tratta qui di una pura speculazione intellettuale
    a base di credenza nel soprannaturale. Come credere a un fenomeno di questo
    genere, in particolare in seno a un vasto apparato burocratico e più in
    particolare ancora, in seno alla burocrazia del III Reich? È da notare che al
    modo di R. Hilberg, gli storici ufficiali hanno incominciato, negli anni 1980-
    1990, ad abbandonare la storia e a cadere nella metafisica e nel gergo. Essi si
    sono interrogati sul punto di sapere se bisognava essere “intenzionalisti” o
    “funzionalisti”: bisognava supporre che lo sterminio degli ebrei era avvenuto a
    seguito di un’“intenzione” (non ancora provata) e secondo un piano concertato
    (non ancora trovato) oppure tale sterminio era avvenuto da solo, spontaneamente
    e nell’improvvisazione, senza intenzione formale e senza alcun piano? Questo
    tipo di controversia fumosa testimonia lo smarrimento di storici che, incapaci
    di fornire delle prove e dei documenti a sostegno della loro tesi, sono ridotti
    a teorizzare a vuoto. In fondo, gli uni, gli “intenzionalisti”, ci dicono: “Ci
    sono stati necessariamente un’intenzione e un piano, che non abbiamo ancora
    trovato ma che forse scopriremo davvero un giorno”, mentre gli altri affermano:
    “Non c’è bisogno di ricercare le prove di un’intenzione e di un piano perché
    tutto è potuto avvenire senza intenzione, senza piano e senza lasciare tracce;
    simili tracce sono introvabili perché non sono mai esistite”.


    [A pensare che le “testimonianze dei sopravissuti, dei deportati ritornati, venivano insabbiate” sei solo tu visto che persino i negazionisti si lamentano dell’eccesso di testimonianze.]

    TU, è bene sottolinearlo, rappresenta quella vasta ed eterogenea comunità di persone che non si fidano delle testimonianze "ORRORIFICHE" dei sopravissuti.


    Nel 1986, in agosto, Michel de Boüard, ex-membro della resistenza
    deportato, professore di storia, preside della facoltà di lettere
    dell’università di Caen, membro dell’Institut de France, responsabile, in seno
    al Comitato di storia della seconda guerra mondiale, della commissione di storia
    della deportazione, ha dichiarato che in fin dei conti “la faccenda è
    putrefatta”. Egli precisava che la faccenda in questione, quella della storia
    del sistema dei campi di concentramento tedeschi, era “putrefatta” da, secondo
    le sue parole, “un’enormità d’invenzioni, d’inesattezze ripetute ostinatamente,
    in particolare sul piano numerico, di amalgami, di generalizzazioni”. Accennando
    agli studi dei revisionisti, aggiungeva che c’erano “d’altra parte, degli studi
    critici molto approfonditi per dimostrare l’inanità di tali esagerazioni” («
    Ouest-France », 2-3 agosto 1986, p. 6).
    Osservazione: M. de Boüard era uno storico professionista e addirittura lo
    storico francese più competente in storia della deportazione. Fino al 1985 egli
    difendeva la posizione strettamente ortodossa ed ufficiale. Dalla lettura della
    tesi del revisionista Henri Roques sulla pretesa testimonianza dell’SS Kurt
    Gerstein, ha compreso il suo errore. Egli l’ha onestamente riconosciuto,
    arrivando persino a dire che, se egli aveva fino a quel momento personalmente
    avallato l’esistenza di una camera a gas nel campo di Mauthausen, era a torto,
    prestando fede a ciò che si diceva. (La sua morte prematura avvenuta nel 1989 ha
    privato il campo revisionista di un’eminente personalità che si era ripromessa
    di pubblicare un’opera destinata a mettere in guardia gli storici contro le
    menzogne ufficiali della storia della Seconda guerra mondiale).

    Finisco con una domanda "retorica", ripromettendomi di tornare sugli argomenti del tuo post, i 6 milioni di morti e i 5000 marchi di risarcimento dati dalla germania ad israele, per ogni ebreo deceduto nei lager, hanno una qualche connessione?

    So che mi leggi con golosità ;)

    booga74 AH YEAH

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  5. Ripeto: non è educato entrare in casa altrui senza presentarsi. Ribadisco: gradirei commenti meno verbosi.

    Per quanto riguarda il "mio" Hilberg, del quale sono un semplice lettore, eviterei accostamenti inopportuni, paragonando un frescone a uno storico di fama mondiale...

    Eviterei anche che un "dilettante allo sbaraglio" come il sottoscritto si prenda il lusso di "difendere" Hilberg: significherebbe solo rendersi ridicoli...non ho mai giocato a fare lo storico e mi guardo bene dal farlo ora.

    Mi limito a osservare che se lo storico austriaco, allievo di Franz Leopold Neumann, ha ritenuto di apportare delle modifiche alla sua interpretazione della Shoah, questo può fargli solo onore:
    «per sua natura lo storico non può che essere revisionista, dato che il suo lavoro prende le mosse da ciò che è stato acquisito dai suoi predecessori e tende ad approfondire, correggere, chiarire, la loro ricostruzione dei fatti» ha scritto Renzo de Felice.

    Per quanto riguarda la disputa tra
    "intenzionalisti" e "funzionalisti", la cosidetta Historikerstreit, non la definirei una "controversia fumosa" che tu, perdonami, banalizzi a "carne e maccheroni" ma è una delle questioni storiografiche centrali di questo secolo che vede contrapposti storici della portata di Nolte, Furet, Habermas,Mommsen,Jäckel, Hillgruber... gente con uno spessore storico e culturale leggermente superiore rispetto a quello delle macchiette esibite a Teheran.

    Cosa ne possa pensare io della Historikerstreit importa poco o niente. Il mio modesto apporto alla discussione sul negazionismo è stata ed è solo di tipo tecnico-scientifico e in questo, checchè ne possa pensare Mattogno,penso di avere, se non altro per il mio curriculum di studi e lavorativo, qualche credenziale in più di Leuchter e compagni...

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  6. Saluto Francesco Rotondi con il quale ho avuto in passato un breve scambio di e-mail sulla questione. Farò solo delle considerazioni generali anche perchè Mattogno non è certamente persona incapace di difendersi.

    Rotondi scrive:

    "Non era mia intenzione analizzare l’opera omnia della esorbitante produzione di Mattogno; ho inteso presentare semplicemente un’agile raccolta di considerazioni sul “negazionismo scientifico” e non la sua biografia…, altri negazionisti sono stati invece totalmente ignorati, avrei però dovuto scrivere una “Treccani” e non un volume di 172 pagine"

    Mattogno nella sua replica non pretende che Rotondi si debba avventurare in una "opera omnia" di tutta la sua produzione.
    Egli pretende invece che le critiche debbano tenere conto di tutti i suoi lavori e dell'evoluzione storiografica revisionista dovuta allo sviluppo delle ricerche.
    Non è quindi necessario comporre una "opera omnia" per criticare Mattogno, ma sarebbe opportuno non tralasciare alcuna sua conclusione riguardo ad uno specifico argomento, e non prendere in esame ad esempio la sua penultima.
    Insomma, bisognerebbe criticare lo sviluppo dei lavori attuali a non quelli ormai superati. Al massimo si potrebbe criticare quelli passati a patto di usarli come ipotesi per arrivare alla critica delle conclusioni ultime, mostrandone quindi i difetti e le incongruenze dovute al tentativo di accordare la verità alle proprie idee e non viceversa.

    Rotondi continua:

    "Il mio libro non avrebbe potuto comunque essere aggiornato alle sue ultime pubblicazioni - che non mi pare rivelino novità così scovolgenti - perché completato nel 2003 anche se stampato solo nel 2005 con minime modifiche. Questi, solitamete così puntiglioso, avrebbe potuto notare che su oltre 200 voci bibliografiche c’è n’è solo una del 2004..."

    Che senso ha apportare "minime modifiche" per includere nel proprio libro il ricordo di Jean-Claude Pressac (dicembre 2003) da parte di Mattogno e non parlare di altre pubblicazioni dello stesso nella rivista Vierteljahreshefte fur freie Geschichtsforschung, per di più molte antecedenti al dicembre 2003?
    Questo caro Rotondi significa omettere. Non si può nello stesso libro citare una fonte del dicembre 2003 omettendone arbitrariamente delle altre antecedenti per poi dire che "Il mio libro non avrebbe potuto comunque essere aggiornato alle sue ultime pubblicazioni".

    Molte delle critiche di Rotondi non tengono quindi conto degli sviluppi recenti del revisionismo ed in particolare dell'evoluzione storiografica delle conclusioni di Mattogno.

    Credo che Rotondi abbia aperto questo Blog proprio per non essere più vincolato da esigenze di stampa. Ora non ha più senso considerare parzialmente la storiografia revisionista perchè la pubblicazione degli scritti può avvenire in maniera immediata.

    Se critica deve esserci ben venga, ma che si attenga agli sviluppi ultimi delle ricerche.

    Saluti

    Fabio Ceruti

    RispondiElimina
  7. Caro Fabio,
    la mia è una replica relativa ad un libro pubblicato qualche mese fa quindi penso attuale.

    Non ho colto comunque negli altri recenti scritti di Mattogno questa "rivoluzione copernicana"
    che possa modificare la mia critica, soprattutto per quanto riguarda la questione chimica e qualla medica, che come ben sai, rappresentano il fulcro del mio libro.

    Chiesi di inserire la nota sulla morte di Pressac nonostante la correzione delle bozze fosse stata abbondantemente ultimata.
    Penso di aver fatto una cosa giusta perchè mi sembrò doveroso aggiungere qualche parola sulla perdita di una figura così importante della storiografia olocaustica, scomparsa pressocchè ignorata dalla stampa internazionale.

    Ti ringrazio anche per la capacità di sintesi che non è da tutti....

    RispondiElimina
  8. [Perchè una camera con impianto di disaerazione - che non sarebbe una camera a gas e neanche di disinfestazione ma, mi par di capire, un obitorio “speciale” - dovesse avere una porta a tenuta di gas con spioncino, spioncini che talora avevano griglie protettive? Per proteggersi da chi? Dai morti?]


    La polemica che si e' innescata sulle porte, se a tenuta stagna o meno, è del tutto peregrina.
    Immagino sia possibile verificarlo con una minima spesa.
    Si introduca del gas nella stanza
    provando cosi se le porte sono in grado di fermarne una eventuale fuoriuscita o meno.
    Per quel che riguarda lo spioncino, personalmente lo estrometterei dalla polemica.
    Si puo' interpretare in molti modi.
    Nell'industria alimentare, le celle frigorifere o di stagionatura, sono dotate di spioncini, gli spioncini consentono di non aprire e chiudere continuamente le paratie delle celle che causerebbero uno scambio continuo di calore dal esterno all'interno.

    EX. Sto cercando un mio cellega, apro e chiudo tutte le porte per vedere se è dentro ad una stanza.
    Munendo le stenze di spioncino posso dare una occhiata all'interno della cella frigo senza pregiudicare la temperatura interna.

    Roberto Bologna

    RispondiElimina
  9. > Per quel che riguarda lo spioncino, personalmente lo estrometterei dalla polemica.
    Si puo' interpretare in molti modi.

    Invece è una questione fondamentale.
    Camere a gas e di disinfestazione, usando entrambe Zyklon-B erano dotate entrambe di porte a tenuta di gas, costruite secondo gli stessi principi dalla stessa ditta.
    C'è pero una sola differenza: una grigia emiferica che protegreva lo spioncino delle camere a gas.
    Griglia guarda caso posta solo all'interno delle porte delle camere a gas per evitare che le vittime rompessero il vetro e non prevista per le camere di disinfestazione.

    La griglia sullo spioncino è chiaramente visibile in alcune foto pubblicate a pag. 486 di "Auschwitz: Technique and Operation of the Gas Chambers" di Pressac

    RispondiElimina
  10. Innanzitutto in quello che nel libro di Pressac, in riferimento alle camere a gas, è "probabilmente", in quello che scrive Lei diventa una certezza.

    Pressac p. 486] Le due parti di una porta che servivano probabilmente a sigillare una camera di sterminio a gas, scoperta in un cortile di una costruzione ad Auschwitz. Notate la griglia protettiva dello spioncino, piazzata all'"interno" della porta, per impedire alle vittime di rompere il vetro

    In secondo luogo, l'attendibilità dei ritrovamenti ad Auschwitz e degli amministratori del campo è messa in discussione dagli stessi antirevisionisti, fu Eric Conan a dire “Tutto lì è falso […]. Alla fine degli anni ’70, Robert Faurisson sfruttò tanto meglio quelle falsificazioni quanto più responsabili del museo si mostravano recalcitranti nel riconoscerle”. Auschwitz : la mémoire du mal.

    Ribadisco, la disputa sullo spioncino è cervellotica e inconcludente.
    Inoltre come scritto da Pressac e visibile nelle foto le porte sono state rinvenute in un cortile.
    Che queste porte visibili nelle foto facessero parte del dispositivo di gasazione lo avete deciso in autonomia. Ora, se nei progetti di queste stanze è menzionato l'obligo di utilizzo di spioncini con griglia ( e io ora non ne sono a conoscenza ), la cosa può avere un significato.
    In mancanza di prove non sono che congetture.

    Roberto Bologna

    RispondiElimina
  11. !.Nella pagina che citi (pag. 486)Pressac usa l'avverbio "CERTAINLY" (certainly belonged to a homicidal gas chamber" che al paese mio si traduce "certamente" e non "probabilmente"...

    2. Nell'articolo che citi in maniera incompleta, la frase estrapolata da un contesto molto più ampio non è relativa, come sostieni, alla "attendibilità dei ritrovamenti ad Auschwitz" ma è una critica alla ricostruzione del Krematorium I di fatta dalla "gestione comunista":
    crematorio che è noto essere stato ricostruito dopo la guerra.

    3.In una lettera del 31 Marzo 1943 Bischoff sollecita la consegna di una porta a tenuta di gas per il Krema III analoga a quella per il Krema II, con spioncino di vetro di 8 mm (quindi particolarmente spesso),sigillato con gomma e con struttura metallica

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  12. Vediamo se con un esempio riuscirò a far comprendere a Rotondi perché, seppur non rappresentando una “rivoluzione copernicana”, nell’avanzare una critica si dovrebbe prendere in considerazione tutta la produzione dell’autore.
    Il rischio è quello di una stagnazione della discussione con il rischio di ripetizioni che non recano alcun contributo al dibattito.
    Nel farlo userò l’esempio della questione “spioncini” e “griglie protettive” che da quanto vedo sta dominando la scena, pur essendo un argomento del tutto marginale.

    Rotondi scrive:

    “In una lettera del 31 Marzo 1943 Bischoff sollecita la consegna di una porta a tenuta di gas per il Krema III analoga a quella per il Krema II, con spioncino di vetro di 8 mm (quindi particolarmente spesso),sigillato con gomma e con struttura metallica”

    Rotondi prende quindi spunto dal libro di Pressac Auschwitz: Technique and operation of the gas chambers ma, oltre all’argomento summenzionato, Pressac nello stesso libro fa riferimento ad altre due porte aventi le stesse caratteristiche: quella del Kanada I e del Block I di Auschwitz.
    Queste porte appartenevano a due camere di disinfestazione dove nessuno a mai preteso che alcuna persona vi sia stata gasata ed erano dotate sia di uno spioncino che di una griglia protettiva (almeno la prima da quanto ne so).
    Mi sembra del tutto evidente che la questione spioncini e griglie protettive non può essere usata ne come prova ne come indizio dell’esistenza delle camere a gas.

    Faccio presente che l’argomento usato da Rotondi non è nuovo nel dibattito olocaustico. Da ultimi Grobman e Shermer hanno sostenuto tale ragionamento, confutato da Mattogno in uno dei suoi ultimi libri Negare la storia. Olocausto: la falsa “convergenza delle prove” .
    La non considerazione di alcuni testi può produrre quindi ripetizioni argomentative, che come ovvia conseguenza avranno ripetizioni di obiezioni.
    Non ci si può dunque lamentare se Mattogno risponda ad alcune obiezioni “rimandandoci alla solita nota”, come sostenuto da Rotondi sulle cremazioni a Gusen. Non mi pare molto profittevole per il dibattito continuare a riproporre le solite argomentazioni. Tutt’al più, se Rotondi non si trova d’accordo con la risposta di Mattogno potrebbe tentare di confutarne appunto la risposta e non riproporre già la medesima questione.
    Per fare quanto detto è chiaro che andrebbe considerata tutta la produzione bibliografica di un autore, in questo caso di Mattogno.

    Affermo tutto questo solo per amor di verità, in quando sarei ben lieto di vedere dibattiti sempre più serrati e fruttuosi, e non per criticare aprioristicamente Rotondi. Non penso che ci siano solo ripetizioni nelle tesi di Rotondi, ma alcune lo sono.

    RispondiElimina
  13. Mattogno in “Negare la storia”, che è del 2006, si limita a ribadire che gli spioncini si trovavano anche sulle porte di alcune camere di disinfestazione, cosa che ha detto e ridetto e non mi pare che su questo punto aggiunga niente di nuovo.

    Sul documento del 31.3.43 di Bischoff, prendo nota dei soliti immancabili cavilli sulle date (peraltro la data “6 marzo 1943” non è inventata da Shermer, perché seppure la lettera è del 31 marzo, fa riferimento a un ordine del 6 marzo) ma constato che continua a latitare una spiegazione sulla utilità di una grata di ferro messa a protezione di uno spioncino con vetro particolarmente spesso, grata posta peraltro solo sul lato interno della porta, in una presunta camera di disinfestazione che non appare neanche nella lista fra le strutture igieniche e di disinfestazione del campo (APMAB microfilm 1886/502-1332 pagine 9-10)
    Che questi spioncini si trovassero anche sulle porte delle camere di disinfestazione (l’ho scritto nel precedente commento) era già stato documentato da Pressac 17 anni prima, come ci ricordi tu e lo stesso Mattogno, che accusa Shermer di “selezionare nel libro di Pressac solo ciò che conviene alle loro tesi” omettendo però a sua volta di fornire la spiegazione fornita da Pressac “Since the homicidal and delousing gas chambers using Zyklon-B had been installed and equipped according to the same principle, they had identical gas-tight doors fabricated in the same workshops, the Auschwitz DAW woodworking and metalworking shops [Photos 28 to 31]. Confusion was inevitable, since at this time it was not known how to distinguish between the two types of gas chamber. Photos taken after the war [Photos 19 to 27] and before the remains of the Kanada I delousing installation were demolished make it possible to see that the two types of gas chamber were equipped in exactly the same way. The only difference is in the gas-tight doors: there is a hemispherical grid protecting the peephole on the interior of the doors of homicidal gas chambers, a protection not fitted on the doors of delousing chambers”.
    Tralascia nello stesso paragrafo di spiegare perché lo spioncino dovesse essere così spesso.

    A questo punto se volessimo essere assolutamente completi (cosa impossibile) nella descrizione di tutte le infinite teorie proposte dovremmo segnalare come anche alcuni negazionisti giudichino inaccettabili le spiegazioni di Mattogno su tale questione, proponendone altre altrettanto inaccettabili: “Mattogno's thesis, alone, provides no explanation at all” scrive Samuel Crowell in un recentissimo articolo datato 5.1.07
    http://www.vho.org/GB/c/SC/inconscrmtgno.html

    Ma non so se sia opportuno rincorrere l’ultima risposta o l’ultima obiezione, facendosi travolgere in questo lezioso quanto inutile “ping-pong”.
    Quanto scritto a suo tempo da Richard Green "A common strategy of Holocaust deniers is to engage in a war of attrition. In the war of attrition, it does not matter whose argument is better or who has refuted whom. It matters only who has written themost recent "refutation" è da prendere in considerazione.

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  14. Non mi pare di aver posto la questione “ultima risposta” in questi termini.

    Ci possono essere storici che avanzando nelle loro ricerche finiscono per allontanarsi dalla “verità”. Uno sviluppo in termini di conoscenza non sempre corrisponde ad uno progresso delle indagini dato che l’oggetto della conoscenza potrebbe essere male interpretato.
    Quello che intendevo dire nel commento precedente è che una considerazione non parziale della bibliografia revisionista (oltre ovviamente a quella ufficiale) consentirebbe di evitare inutili ripetizioni argomentative che non recano alcun contributo alla ricerca.
    Per fare questo mi sembra del tutto ovvio dover considerare tutta la produzione bibliografica comprese ultime considerazioni, ultimi ragionamenti ed anche ultime obiezioni.

    Cerco di semplificare il più possibile l’esempio.
    Sia nel tuo libro che nella successiva replica a Mattogno hai posto circa l’argomento spioncini e griglie protettive come se non esistessero obiezioni revisioniste a tali questioni, infatti sostieni:

    “Perchè una camera con impianto di disaerazione - che non sarebbe una camera a gas e neanche di disinfestazione ma, mi par di capire, un obitorio “speciale” - dovesse avere una porta a tenuta di gas con spioncino, spioncini che talora avevano griglie protettive? Per proteggersi da chi? Dai morti?”

    Poni quindi delle domande che da “sempre” sono state poste hai revisionisti. Se non condividi le repliche revisioniste a tali questioni, e non le condividi, perché non rispondi alle obiezioni ma ti limiti a riformulare l’affermazioni iniziale?
    Se avessi considerato da subito gli sviluppi ultimi dei dibatti olocaustici (e lo avresti potuto fare perché il tuo ultimo scritto “ufficiale” risale all’11 febbraio 2007), senza che qualcuno te l’avesse fatto notare nei commenti, avresti potuto replicare da subito a Mattogno quanto hai replicato a me nell’ultima risposta.
    Magari se al posto mio, che non sono uno storico e più che di storia (anche se mi appassiona) mi interesso di filosofia, ci fosse stato Mattogno non ti sarebbe stata cosi facile la risposta, tuttavia avresti portato nuovi argomenti (per essere più preciso dovrei parlare di “nuove riformulazioni di argomenti”, perché gli argomenti in sé usati da Rotondi esistevano già) e questo avrebbe contribuito ad alimentare il dibattito non fossilizzandolo.
    Ora, se Mattogno nel rispondere alle tue questioni si dovesse limitare alla tua replica ufficiale e non dovesse dare una sbirciatina nei commenti (anche se credo lo farà) sarebbe giusto rimandarti “alla solita nota” perché tali obiezioni hanno già una risposta, che può essere accettata o meno.

    Un errore metodologico di tal fatta è proprio Mattogno a fartelo notare a pag. 10 di Ritorno dalla luna di miele ad Auschwitz. Egli infatti afferma:
    “La cosa inammissibile è che Rotondi cita i due scritti summenzionati di Zimmerman, ma soltanto la mia prima risposta”
    poi aggiunge:
    “pur essendo disponibile in web fin dal 2000.”
    Quindi in questo caso non vale nemmeno la giustificazione da te addotta:
    “Il mio libro non avrebbe potuto comunque essere aggiornato alle sue ultime pubblicazioni - che non mi pare rivelino novità così scovolgenti - perché completato nel 2003 anche se stampato solo nel 2005 con minime modifiche.”

    Faccio una previsione: Mattogno nella sua replica ti accuserà di aver commesso gli stessi errori metodologici del tuo primo scritto.
    Chissà se si avvererà!

    Preciso che la questione spioncini e griglie protettive era solo un esempio utilizzato per dimostrare quanto sopra. Errori di questo genere credo se ne possano trovare altri nel testo di replica a Mattogno.

    Un p’ò complicato ma spero di essermi fatto capire.

    Saluti

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  15. se Mattogno scrive articoli in continuazione non esisterà mai nessuno libro negazionista, anti-negazionista, filo-negazionista, revisionista che sia ....puntualmente aggiornato su tutto quello che scrive.

    Ci manca solo che si lamenti anche Zimmerman perchè non ho citato il libro che ha pubblicato nel 2000 successivo alla seconda risposta di Mattogno o Romanov & co di cui non ho fatto menzione e ai quali invece Mattogno ha dedicato un libro ad hoc,ecc.ecc.

    Lo spirito del libro non è fornire Verità definitive ma far sapere ai navigatori italiani che una replica al cd negazionismo scientifico ESISTE e cercare di dare, a chi è interessato, qualche indicazione per seguire questo scontro in atto.

    Possiamo parlare e parlare all'infinito ma se del mio libro non ti va né la metodologia né le conclusioni non riuscirò a farti cambiare idea.
    E mi pare naturale che il libro non piaccia a Mattogno

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  16. Avevo intenzione di non scrivere più sui commenti del Blog perchè credevo che si fossero capite le nostre differenti posizioni, tuttavia, dato che presenti le mie idee non in modo del tutto corrispndente da quelle da me presentate, mi tocca replicare di nuovo per far comprendere una volta di più in senso della mia posizione.

    Rotondi:

    "se Mattogno scrive articoli in continuazione non esisterà mai nessuno libro negazionista, anti-negazionista, filo-negazionista, revisionista che sia ....puntualmente aggiornato su tutto quello che scrive."

    Mi pare ovvio che scrivere "in continuazione" non debba essere preso nel senso letterale del termine cioè "ininterrottamente", quindi comporrerre una critica "perfettamente aggiornata" è "perfettamente possibile".
    In questo modo hai dunque finito per ammettere tu stesso la parzialità dei tuoi scritti.

    Rotondi:

    "Ci manca solo che si lamenti anche Zimmerman perchè non ho citato il libro che ha pubblicato nel 2000 successivo alla seconda risposta di Mattogno o Romanov & co di cui non ho fatto menzione e ai quali invece Mattogno ha dedicato un libro ad hoc,ecc.ecc."

    Se Zimmerman nello scritto sopra citato non apporta nessuna nuova argomentazione ma si limita a ripetere quelle già sostenute negli anni precedenti, antecedenti all'ultima replica di Mattogno, non ha nessun senso riportare citazioni tratte da tal libro.
    Su Romanov altrettanto. Se non si prendono in considerazioni gli argomenti trattati durante il dibattito Romanov-Mattogno non ha alcun senso citarli. Se di contro si prendono in considerazione temi direttamente ricondicibili a tal dibattito si dovrebbe citarli "tutti" altrimenti si è parziali nell'esposizione.

    Rorondi:

    "Lo spirito del libro non è fornire Verità definitive ma far sapere ai navigatori italiani che una replica al cd negazionismo scientifico ESISTE e cercare di dare, a chi è interessato, qualche indicazione per seguire questo scontro in atto."

    Forse lo scopo del tuo libro era questo, cioè quello di presentare un quadro sintetico della questione (anche se non si capisce perchè il quadro debba essere parziale e non completo visto che scopo ultimo dovrebbe essere la comprensione del lettore), tuttavia con la tua replica a Mattogno lo scopo si è trasformato nella ricerca della "verità" storica.
    Quando si replica si tenta di imporre la propria "verità" su di un'altra che ci piaccia o meno, altrimenti non sarebbe un replica ma una semplice considerazione oppure in senso positivo un apprezzamento. La replica implica un opposizione e questo significa iniziare un processo in cui l'oggetto del contendere è dunque la "verità". Quel è la replica che non abbia oggetto una "verità"?
    Consapevolmente o meno ti sei avventurato su questa strada.

    Rotondi:

    "Possiamo parlare e parlare all'infinito ma se del mio libro non ti va né la metodologia né le conclusioni non riuscirò a farti cambiare idea.
    E mi pare naturale che il libro non piaccia a Mattogno"

    Mi pare di avere scritto precedentemente che non considero il tuo libro e la successiva replica metodologicamente carente su di ogni questione.
    Quindi tenderei a criticare metodologicamente i tuoi scritti non in senso assoluto ma in senso relativo a talune questioni.

    Credo di avere detto quasi tutto sulla questione metodologica. Ora non mi resta che aspettare la replica di Mattogno per confrontarne poi le argomentazioni.
    Spero solo che il mio intervento sia servito per uno sviluppo profittevole, in termini di comprensione dei fatti, del dibattito futuro.

    Saluti

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  17. Prendo atto delle tue critiche così come di qualche apprezzamento.

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  18. Vincenzo Rizzo29 gennaio 2007 20:46

    Ho letto la tua replica a Mattogno e già avevo letto il tuo libro che è molto interessante e sono riuscito a seguire abbastanza tranne che nella parte finale dove forse eccede nella parte scientifica ma non è in generale noioso. Non ho letto il libro di Mattogno (ma lo farò) per cui non faccio commenti alla tua risposta.
    Ti faccio però un appunto, nelle librerie il libro non si trova e l'ho ordinato alla casa editrice che me lo ha spedito dopo quasi un mese. Non è questo un invito alla lettura!

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  19. > il tuo libro che è molto interessante

    Ti ringrazio

    > Ti faccio però un appunto, nelle librerie il libro non si trova e l'ho ordinato alla casa editrice che me lo ha spedito dopo quasi un mese.

    Hai ragione. Ma l'appunto andrebbe fatto più che a me alla casa editrice. Cmq lo farò presente

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  20. La replica di Carlo Mattogno la si puo' trovare al seguente indirizzo:

    http://www.aaargh.com.mx/fran/livres7/CMluna.pdf

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  21. nihil novi sub sole compresa la maleducazione

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  22. E le fotografie ed i video? Come fanno i negazionisti a sostenere che l'Olocausto non sia mai esististo a fronte di una quantità emorme di documentazione fotografica e filmata? Tutta invenzione? Le foto presenti sul sito http://www.yadvashem.org/ sono tutte false? Bastano quelle foto per demolire tutte le loro teorie assurde!!!

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  23. Caro ospite,
    i negazionisti non potendo negare l'assolutamente innegabile (la feroce persecuzione degli ebrei da parte dei nazisti) tentano di negare solo alcuni aspetti dello sterminio degli ebrei: il numero dei morti, le camere a gas, la soluzione finale.
    Tutto questo, a mio avviso, in un patetico e tentativo di riabilitazione del nazionasocialismo.

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  24. Io sono favorevole ad una legge che punisca coloro che si definiscono negazionisti. La libertà di parola non può essere presa come pretesto per bestemmiare nè per offendere la sensibilità di coloro che hanno vissuto direttamente questa tragedia e della quale portano ancora le conseguenze.Così come esiste nella costituzione della repubblica italiana il divieto di ricostituire il partito fascista, allo stesso modo dovrebbe essere prevista una pena severa per coloro che cercano ancora oggi di conservare quelle scellerate ideologie.

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  25. Su questo punto non sono daccordo.
    La libertà di parola deve valere per tutti, tranne casi particolari come a chi incita all'odio razziale.

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  26. Appunto...Forse non mi sono espresso bene...Dovrebbero essere previste pene severe per coloro che incitano all'odio razziale. Quelle "scellerate ideologie" si sorreggono proprio sull'odio razziale.

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  27. Caro Alberto,
    penso che se un negazionista incita all'odio razziale vada punito, secondo le leggi vigenti.

    Se però qualcuno scrive o propaganda solo teorie sull'inesistenza delle camere a gas, senza che esistano elementi certi che dimostrino che quella persona inciti a "discriminazione, odio o violenza per motivi razziali, etnici,nazionali o religiosi" ritengo che non debba essere punito.

    E' leggittimo ritenere che alla base del negazionismo esista un sentimento profondamente antisemita. Ma questa è un'interpretazione, una chiave di lettura che si può anche non condividere.

    Il confine è in taluni casi molto labile ma il rispetto della libertà di parola è una conquista di civiltà talmente importante da non poter essere messa a repentaglio.

    Se condanniamo il nazismo non possiamo rischiare di imitarne alcune leggi e se una democrazia è forte non ha bisogno di leggi liberticide.
    Che poi la nostra sia davvero un democrazia compiuta è un altro discorso....

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  28. La mia è una reazione “di pancia” ,così come si direbbe oggi. Riesco difficilmente a trattenere lo sdegno ed appellarmi alla ragione di fronte a simili rigurgiti, malcelati da improbabili pretese di accertare la verità storica. D’altra parte credo che la storiografia moderna abbia sufficienti mezzi per demolire teorie che si reggono su simili cavilli pseudoscientifici. Negare l’olocausto – e credo che su questo lei convenga con me – non equivale certo a negare che l’uomo sia sbarcato sulla luna.

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  29. >Negare l’olocausto – e credo che su questo lei convenga con me – non equivale certo a negare che l’uomo sia sbarcato sulla luna

    Penso che la mia posizione sul negazionismo sia molto chiara...

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  30. Ho letto alcune parti del lavoro della dott.ssa Valentina Pisanty :"L'irritante questione delle camere a gas".Io non sono uno storico, nè pretendo di esserlo. Cerco solo di capire. E mi pare di aver capito che le metodologie interpretative dei negazionisti sono tutt'altro che infallibili...Mi permetto di citare la Pisanty : "Ma se la constatazione di fatti sorprendenti che lo costringono a rivedere le ipotesi
    precedentemente accettate fa parte dei compiti dello storico, allora che cosa distingue il revisionista
    in senso proprio dal negazionista? Non tanto la propensione a dubitare, comune a entrambi,
    quanto il modo con cui risolvere la tensione interpretativa provocata dal dubbio epistemologico. Lo
    storico accorto sa che la sua sorte professionale è di convivere
    con il dubbio e, per quanto faccia di tutto per ricostruire un quadro indiziario che si accosti il più possibile a una ideale verità dei fatti, non si scoraggia di fronte alle innumerevoli mini-sconfitte
    che incontra sul suo cammino. Anche quando lavora su una certa ipotesi storiografica ...mantiene aperte sullo sfondo le
    altre possibilità, a meno che queste ultime non siano completamente falsificate da altri frammenti documentari.
    Al contrario, il negazionista cerca la scorciatoia: crea scompiglio nell'interpretazione dei
    documenti, ma non in omaggio al principio del fallibilismo, bensi allo scopo di approfittare
    dell'allentamento delle maglie interpretative per infilarvici di soppiatto la sua tesi. Avvenuto
    l'innesto, la ricerca si arresta bruscamente e al precedente ermetismo subentra il più chiuso dei
    fondamentalismi. A questo punto, ogni nuovo indizio documentario diventa una potenziale
    minaccia e viene evitato scrupolosamente. A proposito dei suoi ex colleghi negazionisti, Pressac
    scrive: "nell'istante in cui hanno accettato qualcosa come un fatto, questo diventa un'acquisizione
    indubitabile e irreversibile.
    In altre parole, i negazionisti hanno una visione assiomatica della storia. Non sopportano
    l'imprecisione nelle testimonianze, sono allergici all'ambiguità e alla casualità dell'esperienza
    umana: per questo motivo vanno alla ricerca della matrice comune di tutti gli errori che, nella loro
    ottica, non possono che ricondurre a una qualche cospirazione. Posti gli assiomi del proprio
    paradigma interpretativo – le camere a gas non sono mai esistite, non c'è stato lo sterminio, ecc. – il
    negazionista passa a costruire un edificio fatto di frammenti di testi e di congetture che si spacciano
    per verità assolute. A questo edificio mancano porte e finestre aperte verso il mondo esterno e il
    percorso al suo interno è obbligato: non un labirinto o un castello, ma una piramide egizia al cui
    interno è conservato il Segreto. Per uscire dalla metafora, il negazionista rifugge dall'azione
    potenzialmente falsificante dell'esperienza successiva, ossia dall'emergere di nuove prove indiziarie
    che potrebbero mettere a repentaglio la sua versione dei fatti.( mi scuso per la lunghezza della citazione, ma la ritenevo necessaria)

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  31. Conosco il libro della Pisanty.
    Sicuramente un saggio interessante.

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  32. ho letto la risposta che Mattogno fa alla Pisanty "l'irritante questione delle camere a gas da cappuccetto rosso a...aschwuiz"
    bene non mi sembra che Mattogno possa essere classificato come autorevole negazionista, visto che ho notato alcuni errori di traduzione
    tra cui parla della parola inverno(winter)ma che in quella frase assolutamante non c'è
    poi parla della inattendibilità delle testimonianze tra cui:
    Gestern, che si esagera nelle citazioni, ma la testimonianza del Barone von Otter e confermaa dal ministero degli esteri svedese( quindi improbabile che l'incontro tra i due personaggi non sia mai avvenuta, cosa che Mattogno dice)
    del Vescovo Dibelius che non spiega assolutamente dove sia inattendibile, come tra l'altro Karsky
    poi ci sono molti dubbi sulla "tortura" di Hoss

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  33. La mia definizione non è "auterovole" ma "esponente di spicco" e nell'ambito del cd "negazionismo" indiscutibilmente lo è.
    Per quanto mi riguarda, tralasciando i singoli punti, io non credo in generale all'interpretazione complessiva che Mattogno dà della Shoah.

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  34. Buon giorno,
    avrei una domanda: leggendo Mattogno e altri negazionisti/revisionisti vedo che si insiste molto sulle foto aeree di Auschwitz scattate dagli alleati intorno al 31 maggio-31 agosto 1944, che dimostrerebbero come l'eccidio degli ebrei ungheresi, arrivati in gran copia in quel periodo, non sia mai avvenuto: non c'è fumo, e se anche c'è non basta ad avvalorare la tesi delle fosse crematorie di cui parla fra gli altri Elie Wiesel. Di queste foto si occupano per caso anche gli storici cosiddetti ortodossi? A volte, ho l'impressione, ma magari sbaglio, che non sempre si risponda colpo su colpo ai negazionisti; i nomi di scampati a camere a gas già entrate in funzione, ad esmepio, li ho trovati solo o quasi solo sui loro siti, ed è così faclissimo per loro farli passare come falsi testimonii. Mi dà qualche dritta?
    Grazie
    Tiziana

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  35. Brugioni D.A., Poirier R.G., The Holocaust Revisited: A Retrospective Analysis of the Auschwitz-Birkenau Extermination Complex, Central Intelligence Agency, Washington 1979

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  36. La ringrazio. Certo che più si leggono scritti negazionisti, più si ha l'impressione di affogare in così tanti dettagli che ci si scoraggia... il testimone x dice di aver visto una camera a gas lunga 10 metri, il testimone y la vide invece lunga 200 metri... dunque nessuno vide nulla. Messa così, verrebbe voglia quasi di credere che non ci fu nulla di nulla. Anche perché sarebbe di gran lunga più bello. Nessun bambino gasato, tanto per fare un esempio (e ora che sono mamma, so molto più di prima cosa possa significare un bambino gasato). Ma resterebbe comunque la deportazione, la reclusione, e la (inspiegabile se non finalizzata allo stermino) separazione delle famiglie.

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